mercoledì 22 novembre 2017

il ghetto

                               per Carlo Tosetti 

Il ghetto a proprio corollario
afferma questo:
che al suo interno sei
non un escluso ma
recluso e dunque
più sicuro dall’esterno benché
ci si confonda facilmente
sulla nostra posizione a seconda
del grado d’incertezza
all’uso della porta a definire
cos’è dentro cos’è fuori
da noi stessi.

domenica 19 novembre 2017

divagazioni intorno a stoner

Stamattina ho cominciato a leggere Stoner di John Williams a cui, confesso, dopo tutte le meraviglie che se ne sono scritte, mi sono avvicinato forse eccessivamente guardingo. Eppure, al secondo capitolo mi par scritto bene, ma con quel pizzico di inclinazione al sentimentalismo che boh, mi lascia insoddisfatto (magari poi cambia). Al contempo sto leggendo Tempo di viaggio, diario di Russia di Tonino Guerra, modernissimo per scrittura rapida e penetrante, capitoli brevi e pieni di ironia, tanto che mi vien da pensare che se fosse sui social oggi, Guerra spopolerebbe. L'altro che sto leggendo molto in questo periodo è Leonardo Sciascia: Todo modo, Il contesto, L'affaire Moro, che sono di una apertura, lucidità e di un coraggio straordinari, soprattutto se inquadrati negli anni in cui furono scritti. Sciascia aveva le palle. Ecco, fosse per me lo farei studiare nei licei: è molto più utile e incisivo che tanti manuali, con possibilità di approffondimenti interessanti sul potere, sull'etica e sulla fede. Proprio Guerra, fra l'altro, col regista Francesco Rosi hanno ricavato la sceneggiatura di un film, Cadaveri eccellenti, dal Contesto di Sciascia che in meno di due ore non solo condensa la situazione italiana degli anni di piombo, ma anticipa gli attentati mafiosi ai giudici che verranno di lì a poco. Pensavo questo stamattina, mentre leggevo Stoner, che si fa tanto decantare di romanzi che si scrivono all'estero come opere assolute (Stoner, Sylvia, ecc. libri belli ma assoluti per nulla) e ci innamoriamo di questi eroi melanconici che consumano la loro vita nel Missouri, e non sappiamo nulla di quello che si scrive in casa nostra, dei nostri panni sporchi, finché non parlano in tv della morte di Riina e magari un ragazzo ti chiede chi è, e tu a chi dai la colpa se non lo sa, a lui che non si informa o a te stesso che non hai saputo dirglielo?

venerdì 17 novembre 2017

piccole gioie

Claudia mi ha detto una cosa carinissima. Ieri ha comprato Rivelazione e ha cominciato a leggerlo. Si è commossa, ha cominciato a piangere e non ha più smesso di leggere fino alle tre di notte. Poi mi scrive Nathalie, sempre su Rivelazione: Ho il tuo libro in mano e mi rendo conto di sorridere per tutto il tempo, è una delizia! Ti lascio che devo continuare a leggerti. Piccole gioie di uno scrittore da tre soldi.

giovedì 9 novembre 2017

la salute del papa

«E la salute, la salute del papa?» si informò l’industriale. 
«I papi» disse Don Gaetano «sono sempre in buona salute. Si può dire, anzi, che non solo muoiono in buona salute ma di buona salute. Parlo, si capisce, di salute mentale» rivolgendosi all'industriale «poiché la sua domanda, indubbiamente senza malizia, a quella alludeva… Altri mali, altri acciacchi, non contano». 
«Già» io dissi «non si è mai dato il caso di un papa che per età, per arteriosclerosi, cominci a sragionare. Voglio dire: non si è mai saputo». 
«Non si è mai dato, appunto» disse il cardinale. 
«Non si è mai saputo» ribadii. 
«Le cose che non si sanno, non sono» disse don Gaetano. 
«Io direi che certe cose possono non sapersi, ma sono» risposi. 
«Sì, d’accordo. Ma tenga presente che stiamo parlando della Chiesa, del papa» disse Don Gaetano. «Una forza senza forza, un potere senza potere, una realtà senza realtà. Quelle che in ogni altra cosa mondana non sarebbero che apparenze, a nascondere o a mistificare, nella Chiesa e in coloro che la rappresentano sono le interpretazioni o manifestazioni visibili dell’invisibile. E cioè tutto…» 

Leonardo Sciascia, Todo Modo, Adelphi

martedì 7 novembre 2017

grandezza

«Giacomo Noventa mi insegnò una cosa, che un poeta non deve aspirare alla mediocrità, ad essere “abbastanza bravo”. Un poeta deve aspirare alla grandezza». 

Giovanni Giudici

il serpente che si mangia la coda (ovvero l'ennesima storia editoriale senza lieto fine)

Mi scrive un giovane poeta per informarsi meglio del concorso che stiamo promuovendo, Luce a Sud Est. Il bando dice chiaramente che si vince (se si vince) la pubblicazione. Ma lui mi chiede (se vince) se invece gli diamo un premio in denaro. Gli rispondo che no, da regolamento si vince solo la pubblicazione, che comunque per noi ha un costo in denaro. Lui mi dice che della pubblicazione, oggi che ci sono i social, non sa più che farsene, gli basta il suo profilo con più di 5000 amici, quindi preferirebbe avere, se si potesse, il corrispettivo dei costi di stampa in denaro. Infatti, aggiunge, lui ad oggi non ha ancora pubblicato un solo libro ma tutti i giorni pubblica una poesia che ha decine di like. Gli basta quello. Gli dico che va bene, ho chiara la situazione, rispetto le sue scelte, ma noi al vincitore diamo per regolamento la pubblicazione: io non posso fare eccezioni e lui può benissimo partecipare a un altro concorso. Ma lui non demorde, e mi risponde che si è scocciato, perché è convinto di essere bravo, come dimostrano le decine di like che prende per i suoi versi, e si meriterebbe di vincere premi più importanti di quelli che danno in genere ai concorsi per poeti inediti (se va bene 150-200 euro), cioè in soldini i premi che si danno ai concorsi grossi dove ci si presenta con una pubblicazione (dalle 1000 euro in su). Ma se prima non pubblichi un libro, gli dico, a quei concorsi non accedi, è un processo scalare, di crescita anche sul piano del prestigio editoriale. Lui però è deciso, pieno di fervore non vuole pubblicare, lo trova un sistema vecchio e poco democratico, anche perché i concorsi sono tutti truccati. Eppure, se per quello che scrive gli basta la conferma dei social, allo stesso tempo vorrebbe anche una conferma economica, senza però passare dalle librerie. Insomma, continuiamo a rigirare sulle stesse corde per mezz'ora circa. Poi si scoccia di sentirmi dire che non caccio un euro per il concorso (se lo vince) e smette di rispondermi.

lunedì 6 novembre 2017

dalla sicilia con furore

Pensando alla Sicilia e a tutte le chiacchiere e i discorsi che si stanno facendo in queste ore, l'unica cosa che mi viene in mente è una frase di Gesualdo Bufalino che esprime tutta la mia povera e ridotta (lo confesso) visione politica, che diceva: "La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari". Per questo credo che non ci sia salvezza nella politica, oggi, in Italia. Perché ancora non ne ho sentito uno che, parlando dei grandi problemi che affliggono questo paese, ritornasse ai fondamentali, alle basi, alla scuola intesa come formazione dell'individuo e non come parcheggio. Sarò noioso, lo so che torno sempre sullo stesso punto, ma è che ho ancora davanti il ricordo di mia nonna, contadina, che mi diceva che il momento in cui si è sentita più orgogliosa di sé è stato quando ha imparato a leggere. Mia nonna, con quel briciolo di cultura che si era conquistata sudando, era più libera dei tanti precari laureati, pieni di nozioni indirizzate alla ricerca del postofisso, ma senza un cuore del proprio sapere che dia l'esatta dimensione della loro profondità umana. Di chi è la colpa se sono così? Mia no di certo. Forse di qualcun altro più vecchio di me. O come diceva pochi giorni fa Camilleri, altro siciliano (cito a memoria): "Ho creduto anche io nel sogno di rifare nuova l'Italia, fra '45 e '48, ma mi porto nella tomba il rimorso di lasciare a mia nipote questo paese disastrato". Il danno è fatto. E i problemi seri, oggi, si risolvono con ben altro che con la licenza elementare, come ben ci rammentano tutte le persone preparate e lungimiranti che parlano in queste ed altre ore, a tutte le ore, senza mai un dubbio e qualcuna addirittura senza nemmeno l'istruzione.

venerdì 3 novembre 2017

lezioni di stile a un poeta

Mi dicono che eccedo in punti esclamativi
e che la vera classe è data a noi poeti
da una voce piana, in media res, che non
chieda mai ragione in quanto sa. Già sa.

Io però di medio – poiché sono mediocre –
ci metto solo il dito, che mi scatta spudorato
per un verso ben riuscito. Il dito orgasmico
puntato verso il retto dei professorini…

non ha prezzo

Ecco il momento in cui mio fratello, musicista diplomato in conservatorio e abituato alla crema della musica operistica europea, viene da me chiedendomi consulenza per il corso di musica pop che sta facendo e io gli infilo le cuffie nelle orecchie e faccio partire Clash, Rem, Bowie, Iggy e Lou Reed, non ha prezzo. Per tutto il resto non c’è niente, non l’hanno ancora inventato e se l’hanno inventato non è altrettanto bello.

giovedì 2 novembre 2017

bene

Ieri siamo andati da Enzo Cervellera per parlare della rivista Locorotondo e ricostruirne un po’ la storia. Così Enzo se n’è uscito con uno dei suoi aneddoti: «Eravamo in piazza, io, Franco Basile e Vito Mitrano, che guardavamo da una parte e Peppe Guarella, che guardava dall’altra. A un certo punto abbiamo sentito risuonare il passo, alle nostre spalle, di tacchi importanti. Peppe, che era l’unico girato da quella parte, comincia a fare segno a Vito Mitrano: “Tuccio, treminde ddè! treminde ddè!” Ci giriamo tutti quanti e vediamo questa stangona alta, imponente, bellissima. Vito se la guarda dalla testa ai piedi, poi si gira verso di noi e dice: “Alla mia età, l’unica cosa che si alza è la pressione!”». Ridiamo. Poi Enzo abbassa lo sguardo, e con un pizzico di malinconia aggiunge: «Sono stato un uomo fortunato, perché ho conosciuto persone di grande prestigio e intelligenza che mi hanno voluto bene, e io ne ho voluto a loro».

mercoledì 1 novembre 2017

ballare su una lama di rasoio

Nel 1987, in una intervista radiofonica, domanda delle domande, chiesero a Keith Jarrett di descrivere cosa fosse per lui la musica. Jarrett, senza scomporsi, cercando di sintetizzare i suoi sentimenti e la sua idea di ricerca artistica, rispose citando il verso di una canzone di Bob Dylan, Shelter from the storm, del 1974: "Beauty walks a razor’s edge", la bellezza cammina su una lama di rasoio. Dylan, però, conclude il verso aggiungendo con una eco tutta keatsiana: "Someday I'll make it mine", un giorno la farò mia, la bellezza. Jarrett questo lo omette, si ferma prima, non gli interessa. Non chiede di afferrarla, conquistarla, farla sua, quanto piuttosto di poter continuare a ballare con lei su una lama di rasoio. 

halloween

m’à pegghjète nu freddullazze de chíre
ca se sckàffe jínte all’ossere
ca me sentève già int’u tavùte
i me ne scève p’a chése amanteddéte
sotte i sette mànte cum a Bin Laden.


Traduzione:

HALLOWEEN
mi ha preso un freddo di quelli
che si infila nelle ossa
che mi sentivo già dentro la cassa
e me ne andavo per la casa avvolto
nelle sette coperte come Bin Laden.

lunedì 30 ottobre 2017

clery

la campana

Nell’ultimo fine settimana sono riuscito a coronare un sogno che mi portavo dietro da anni: visitare i luoghi in cui ha vissuto e scritto Tonino Guerra, Pennabilli, Santarcangelo. È stata una esperienza non solo poetica ma, per certi versi, spirituale. Il testo che pubblico qui sotto l’ho scritto direttamente dopo essere stato nel giardino di casa sua, profondamente commosso da quella visita. La foto, invece, non rende giustizia a quell’esperienza, a cominciare dal fatto che le manca il suono. Dedico questo post a Ewa, lettrice assidua di questo blog, che ho incontrato a Sogliano al Rubicone iersera. È venuta apposta da Bologna per conoscermi e io gliene sono grato. 


Nel punto più alto della casa di Tonino Guerra dove lo sguardo si allarga sull’intera valle intorno c’è una campana donata a Tonino dal Dalai Lama. Con Celeste siamo saliti fin lassù e dal punto più alto di quel mondo dove tutto è verde, dispiegato nelle varie tonalità dell’autunno o mischiato col rosso e l’arancione prima che si faccia rame, ho dato un colpo secco alla campana. Dal metallo si è sprigionato allora un suono potente, che non mi aspettavo da un oggetto così piccolo. Una vibrazione che come un’onda d’urto ha fatto tremare l’aria, me, noi, la valle intorno riverberando sopra ogni cosa e attraversandola. In quella vibrazione mi sono sentito catturato in un movimento universale che già c’era ma si è mostrato soltanto in quella luce, come quando sulla ragnatela si posa l’acqua dal primo mattino. Il movimento avvolgeva ogni cosa allo stesso modo, partendo dal centro della campana e allargandosi intorno per unirle nella sua eco, nell’identico abbraccio in cui tremavo e ridevo. Mi sentivo piccolo e in perfetta armonia con tutto, tanto che poco dopo mi sono girato e una farfalla mi volava intorno contenta e si è posata sulla mia spalla a riposare.

mercoledì 25 ottobre 2017

tifoserie

A me, certi giorni, questa società dei sensi di colpa postumi rompe le scatole. Non chi sbaglia, ma chi se la prende cascando dal pero. Prima ci si fa un mazzo così, come società "civile", per dimostrare che la cultura non si mangia, la scuola è una merda, gli insegnanti degli scoppiati repressi, e il sapere non è potere ma è da sfigati, poi dei fessi fanno gli striscioni allo stadio con Anna Frank e tutti si scandalizzano per l'offesa alla memoria, ma la memoria di chi? E tutti a citare un libro che quasi nessuno ha letto, in un paese dove non si legge manco la lista della spesa. Un paese che, come diceva Montanelli, è fatto di "contemporanei", gente senza passato e senza futuro. Finché non ti accorgi che quella offesa non è la memoria storica di una bambina vittima del razzismo (figurarsi, il razzismo allo stadio ci sta come la nutella sul pane), ma l'onore dei tifosi di quel sano sport tutto italiano che è il calcio (non per nulla continuo ricettacolo di soldi sporchi e mafie varie, mica come la scuola, abbandonata a se stessa nell'immaginazione pubblica dai tempi di Lino Banfi e Gloria Guida). E se sei tifoso, cioè italiano, non vuoi certo mischiarti con l'ignoranza di certa gente.

lunedì 23 ottobre 2017

le stelle fredde

Un uomo, un pubblicitario di successo abbandonato senza motivo dalla compagna e sofferente per alcuni problemi all’udito decide, di punto in bianco, di mollare il lavoro e la città e di trasferirsi nella sua vecchia casa in campagna, col padre con cui ha un rapporto di amore-odio. Viene qui minacciato da un uomo con cui aveva antichi rancori e quando questi viene misteriosamente ucciso, senza una logica apparente – essendo egli sospettato del delitto, ma non l’assassino – rifiuta di parlare con la polizia e si nasconde in un capanno poco distante dalla casa. Qui viene prima scovato da un poliziotto che però solidarizza con lui, poi incontra Dostoevskij redivivo che gli racconta com’è la vita nel regno degli oltrepassati. In questo suo rifugio lo raggiunge la notizia della morte di suo padre. Decide quindi di tornare a vivere da solo nella casa dove, per darsi ragione della sua stessa esistenza, comincia a stendere un lungo elenco di oggetti che lo circondano, poi a rievocare le immagini dei suoi morti, non riuscendo più a distinguere alla fine fra ricordi e fantasmi che ora occupano l’intera casa insieme a lui. Pubblicato nel 1970, vincitore dello Strega, Le stelle fredde di Guido Piovene, giornalista, è uno degli ultimi suoi libri, scritto quando Piovene era già venuto a conoscenza della malattia che di lì a poco lo avrebbe ucciso. Il linguaggio utilizzato è secco e duro, incisivo, senza fronzoli, esclude volontariamente qualsiasi possibilità di coinvolgimento emotivo da parte del lettore, che resta come stordito, meglio ancora raggelato dallo scorrere senza ragione dei fatti riportati. In tale nitore formale però, l’autore raggiunge a tratti una meditata eleganza poetica, soprattutto nelle ultime pagine che non offrono alcuna speranza, soltanto nuove dichiarate illusioni. È questo, in tutto e per tutto, un romanzo sulla fine della vita. Nota a margine: questo è il terzo libro scritto negli anni ’60 che leggo, in cui il protagonista è un pubblicitario scoppiato. Evidentemente all’epoca i pubblicitari non erano considerati persone frequentabili.