mercoledì 21 giugno 2017

e gnente

Piccola storia triste. Tutto ciò che scrivi. 
Qualsiasi cosa scrivi. Potrebbe essere anche felice. 
Invece è triste. Perché la scrivi?
Mi rispondi così: E gnente. Con la gn- di gnagna. 
Quanto sei poco originale -.- mi scrivi.

deus absconditus

Che cosa triste leggere articoli di giornale come quello de La Stampa che dopo le tracce della Maturità titola: "Chi è Giorgio Caproni", quasi fosse una necessità spiegarlo, e intuire che lo è. Quegli articoli rivelano la cruda verità, che a non conoscerlo, Caproni, non sono soltanto gli studenti che magari adesso lo inseguono, ma anche i loro genitori e i nonni. Il più grande poeta italiano della seconda metà del '900 (almeno per me, ma se la gioca con Sereni) e non lo sa quasi nessuno. Sarà forse un bene questa traccia, come dice Nicola Lagioia perché magari adesso qualcuno si sentirà lo scrupolo di recuperarlo. Ma fino a quando si potrà andare avanti così, trattare la nostra poesia, e la letteratura, come Lascia o raddoppia? Fino a quando non ci si sentirà in dovere di prenderli questi programmi ministeriali, che sono come catene, e dire che è tutto da rifare, ripartendo dalle basi, dalla persona e dal suo bisogno inalienabile (e non dal dovere) di sapere? Vi rendete conto dell'enorme furto che avete perpetrato e state perpetrando a danno di quei ragazzi che non sanno nemmeno chi è Giorgio Caproni e pensano sia solo una incombenza non necessaria, e se invece lo conoscessero lo amerebbero alla follia per l'universalità fulminante del suo verso, per l'ampiezza smisurata del suo sguardo sul buio, per il modo ironico, sprezzante, con cui lo affronta, e per il dubbio che ci pone di continuo, che il dubbio sia la sola soluzione? 

Un semplice dato: 
Dio non s’è nascosto. 
Dio s’è suicidato. 

[Giorgio Caproni]

lunedì 19 giugno 2017

diritto

Lo so che ne traslo il senso, ma quando mi dicono Ius soli, io per estensione la prima cosa che penso è il mio diritto inalienabile a ritagliarmi e difendere uno spazio tutto mio dove star solo, e da cui mandare affanculo tutti quanti quando la pazienza vacilla. Lo stesso principio per cui delle volte, sentendomi straniero in una terra straniera, rivendico il mio diritto alla sopravvivenza e spengo il telefono o mi chiudo in casa a distanza di sicurezza dal prossimo. Tutti mi dicono: asociale! E io rispondo: no, esercito soltanto il mio diritto alla solitudine.

domenica 18 giugno 2017

gomiti

Sogno di stanotte. Vado a fare un corso di scrittura. Fra i molti consigli utili il più interessante dice: quando scrivi stai composto e non appoggiare mai i gomiti sul tavolo, altrimenti poi ti rilassi troppo, ti va il sangue nei lombi e ti parte una super erezione che ti distrae dalla creazione artistica.

venerdì 16 giugno 2017

crollo

Oggi crollo. Nel senso che sono cascato giù come una pera e poi due ore di immobilità. Calo di pressione improvviso, forse il caldo. Ancora mi sento fiacco, le mani addormentate. In tutto questo mia madre, per consolarmi, mi dice: Su, un po' di coraggio, le donne svengono in continuazione e mica si lamentano come fai tu, si rialzano e basta. E io, a parte che non sono donna, non sto dicendo proprio nulla. Si vede che ho preso da mio padre che non ha segreti per nessuno, e mi parla la faccia mio malgrado.

il ragno

Io so una cosa, che spesso lo spazio che ti concedono è direttamente proporzionale a quello che già occupi, che più sei grosso di tuo e più spazio ti danno, senza fiatare. Se invece sei discreto, piccolino, nessuno ti dà spazio, al massimo ti concederanno un buchino del cazzo in cui infilarti. E lì, come un ragno paziente, tesserai la tua tela nell'ombra in attesa dell'occasione giusta per mangiarli.

giovedì 15 giugno 2017

sciatteria

Premessa: all’inizio non volevo mettermici, ma dopo aver letto il pezzo di Gramellini, che non amo troppo, dico la mia sull’argomento. Cosa è successo: è venuto fuori nelle ultime ore che alcuni passaggi citati nel discorso per il Nobel di Dylan siano presi da un bignami e non dai libri originali. Ovviamente non se n’è accorto nessuno, almeno finché un giornale non ha fatto una ricerca e allora si è sollevata la pietra dello scandalo. Quello che è sfuggito a molti, anche perché non credo lo abbiano letto, è che nel suo discorso Dylan non dice: Ho letto Moby Dick e mi è piaciuto un sacco. Dice che molti dei temi che affronta nelle sue canzoni discendono o hanno cose in comune con gli archetipi che si ritrovano in alcuni grandi classici come Moby Dick o l’Odissea che ha letto da bambino e che gli sono rimasti dentro tanto quanto le canzoni di Buddy Holly o di Leadbelly. Così, e chi ascolta Dylan lo sa, quando nel discorso descrive la fine di Achab, con le acque del mare che si richiudono sopra di lui, Dylan sta ancora parlando di House Carpenter, antica ballata anglosassone da cui discende la sua Man in the Long Black Coat del 1989. Di quei classici, di cui ripete due volte gli interessano i temi, gli archetipi, e mai una volta si ferma a parlare di come sono scritti, cita alcuni passaggi utili alla sua esposizione, riprendendoli probabilmente dal bignami – così come io li prenderei da Internet se dovessi scrivere un pezzo letterario senza volermi impelagare nella ricerca bibliografica – ma con la colpa, più o meno grave, di non aver poi controllato le fonti. È sciatteria, è vero, proprio come dice Gramellini. La stessa sciatteria che ha caratterizzato molta della sua opera, ed è una sciatteria, aggiungo, molto "americana". Ma è, aggiungo ancora all’indirizzo di Gramellini (ed è il motivo per cui scrivo questo post), la stessa sciatteria nei confronti delle fonti che ormai caratterizza tanta stampa italiana, e non solo, con maggiori colpe etiche e ben altre conseguenze sulla vita delle persone.

mercoledì 14 giugno 2017

sto scrivendo una storia

Ogni anno, quando finisco un corso, c’è sempre un ragazzo o una ragazza che poi mi chiama per dirmi: Sto scrivendo una storia, ho bisogno di consigli, ti va di leggerla? E io sono contento, perché vuol dire che ho fatto bene ciò che dovevo, cioè instillare l'amore per le parole. Quando lo racconto c'è chi mi dice che il mondo non ha bisogno di nuovi scrittori, ma, se è per questo, il mondo non ha nemmeno bisogno di vecchi scrittori. Il mondo ha bisogno soltanto di persone che amano le parole, da leggere e da scrivere, ma soprattutto che hanno voglia di parlarne.

martedì 13 giugno 2017

sincerità (?)

Oggi ho fatto un errore da principiante. Mi ha contattato una ragazza che ha da poco pubblicato un libro di poesie e mi ha dato una copia, e parlandone le ho detto che almeno lei è carina e venderà. Lei all'inizio se l'è presa. Mi ha detto che sono come tutti gli altri, che nel momento stesso in cui le dico che è carina non rispetto tutto il suo impegno nella scrittura e nego la bellezza dei suoi versi. E qui ho fatto l'errore. Perché, proprio per rispetto di quell'impegno, ho voluto essere onesto sui suoi versi come in genere non sono mai, e le ho detto cosa penso delle sue poesie ribadendo che ALMENO è carina e quindi delle copie del suo libro si venderanno, il che secondo me non è un aspetto trascurabile della faccenda. A quel punto, ferita, se n'è andata. E a me è venuta in mente una frase che diceva il personggio di Philippe Gaston a metà di Lady Hawke, che cioè "i momenti più belli della mia vita me li ha dati la menzogna". E visto che la poesia conta poco o nulla alla fine, magari me la potevo risparmiare la mia sincerità. Potevo dirle sorridendo che è tutto a posto, è tutto bellissimo, vai avanti eccetera e tornarmene sereno a farmi i cazzi miei, e forse adesso stavamo tutti un pochino meglio di quello che stiamo.

lunedì 12 giugno 2017

tentativo di approccio

Si parla di film. Una ragazza (molto molto carina!) si gira verso di me e mi fa: Lillo, se fossi un film tu chi saresti? La mia risposta intelligente (alla maniera di Cochi e Renato): Hai presente Quattro matrimoni e un funerale? Ecco, io sono quello del funerale. Lei ride. Che scemo! Ti dico di sì, quello con la barba che balla, beve e fa rumore tutto il tempo, poi muore a metà e gli leggono una poesia bellissima, quello sono io! Dal suo sguardo penso di aver dato una risposta brillante. Invece interviene l'amica (la solita amica acida-finto simpatica che interviene sempre a questo punto) e getta un'ombra di dubbio sulla faccenda. Ma non era gay quello? La ragazza ride, io rido, poi pian piano la ragazza si gira dall'altra parte e torna ai discorsi suoi con l'altra. Fine del tentativo di approccio. Così imparo, mi dico, mai toccare il cinema nei propri discorsi, se non si è almeno sicuri della sessualità dei personaggi che ti scegli come alter ego, e soprattutto se c'è un'amica in giro.

sabato 10 giugno 2017

la benda

Capita che dopo pranzo mi appisolo e sogno di venire investito da una betoniera sulla strada di casa. Nello scontro miracolosamente non mi faccio quasi nulla ma perdo l’uso dell’occhio destro. Così metto la benda da pirata come Bianciardi e tutti mi dicono che sono più bello e cattivo. Il fatto è che io per davvero ho cambiato carattere, sono diventato cattivo. E così, intanto che mi fate complimenti per la benda, io che sono cattivo faccio piani malefici per uccidervi tutti. State attenti!

una storia vera (e poetica) che ho appena letto

La storia si svolge su una nave italiana chiamata Saturnia, partita il 21 ottobre 1929 da Trieste e diretta a New York. Sulla nave si incontrano tre uomini in partenza dall’Europa. Uno di loro è un avventuriero greco chiamato Stavros Karlpoupolos che si muove di continuo fra New York e Patrasso. È lui, il più intraprendente, che fa amicizia prima con un altro greco assai timido stipato in terza classe, Konstantinos Kavafis, e poi lo presenta a un misterioso ingegnere portoghese che si presenta come Alvaro de Campos. I tre passano un’intera giornata assieme, cercando di riempire, attraverso le loro storie, il tempo del loro lungo viaggio pieno di fantasmi, di speranze e di rimpianti. Ma solo quando Kavafis, prendendo finalmente coraggio, rivela agli altri due di essere un poeta, il portoghese dichiara all’improvviso di chiamarsi Fernando Pessoa, di essere anch’egli un poeta e di non aver mai conosciuto alcun Alvaro de Campos in vita sua. Kavafis, a detta di Karlpoupolos che non ci capisce più niente, prende la notizia con una naturalezza assoluta e sconcertante. Le parole allora cominciano a volare sul ponte con una leggerezza vertiginosa. Eppure è solo un attimo, l’unica giornata insieme di due uomini schivi, che poi si eviteranno, ciascuno rifugiato nella propria solitudine. Arrivati a Londra, li raggiunge la notizia che nel frattempo c’è stato il crollo di Wall Street e che New York è nel delirio, insanguinata da rivolte popolari. I due poeti decidono a quel punto di non proseguire il loro viaggio e scendono lì, dove si perdono di vista per sempre, pur chiedendo entrambi l’indirizzo newyorchese di Karlpoupolos, a cui invieranno mesi dopo le proprie poesie. Nessuno dei due lo chiederà invece all’altro, come per una forma di pudore reciproco. L’avventuriero, in risposta a entrambi, proporrà di fare da tramite fra i due, ma non ci sarà mai risposta. I due moriranno poi a due anni di distanza (nel 1933 e nel 1935), uno ad Alessandra d’Egitto, l’altro a Lisbona, senza realmente sapere chi fosse l’altro incontrato. Karlpoupolos appunta questa storia nei suoi diari, senza che nessuno li legga fino al 2007, quando vengono ritrovati per caso in un monastero greco, mentre si fanno ricerche per un documentario su Kavafis.

venerdì 9 giugno 2017

il corpo di chi scrive

La scrittura che non dice il corpo di chi scrive, che non dice la luce che risalta sull'opacità del testo rendendolo possibile, che cosa potrà mai rivelare?

[Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Sossella 2016]

mezza età

Sono due giorni che ho visto Trainspotting 2 e ancora non mi passa la sensazione che mi ha dato di essere diventato vecchio assieme a lui e soprattutto abbruttito dal tempo, come le facce dei suoi protagonisti, ma soprattutto come lo stesso film. Fra il primo e il secondo passa la stessa differenza che c'è fra un giovane brillante, matto e paraculo, e la copia ponderata ma senza smalto, vagamente inutile, di uno che arranca confuso intorno alla mezza età.

il morso

Stamattina trovo Mao tutto contento in giardino perché ha acchiappato una lucertola. Gioca con lei con la crudeltà tipica dei gatti e io mi allontano in casa per non vedere che scempio ne farà. Invece, poco dopo lo sento miagolare forte, quasi gridare di dolore. Corro fuori pensando al peggio, ed è la lucertola che gli si è attaccata a una zampa e morde con tutte le sue forze. Lui prova a morderla a sua volta, a scrollarsela di dosso ma quella resta lì attaccata e pinza come un’ossessa. Alla fine, a furia di agitarsi, Mao riesce a staccarsela di dosso e corre verso di me per farsi consolare. La lucertola guerriera resta immobile al centro del giardino, senza più la coda ma con la bocca ancora spalancata e pronta a dar battaglia al mondo. Io prendo la scopa e con un colpo secco la scaccio verso la siepe, dove si nasconde. Mao mi corre dietro spaventato e zoppicante. È la prima volta che vedo un gatto adulto perdere contro una lucertolina, ma devo dire che è una lezione istruttiva. Siamo così abituati a pensare che contro i potenti non c’è storia, che ci soverchieranno in virtù della loro forza immensa, della differenza di peso, che ci scordiamo come un bel morso dato con tutte le nostre forze, con tutta la rabbia e la disperazione che abbiamo in corpo, non solo è lecito, ma è nell’ordine naturale delle cose e delle volte persino funziona.

giovedì 8 giugno 2017

affezioni

Sono sincero, quando leggo sui forum i commenti a libri che non c'entrano nulla col romanzo, di tipi che dicono che non hanno amato quel libro perché preferiscono il romanzo, e preferiscono il romanzo perché vogliono "affezionarsi" ai personaggi, mi scatta dentro come una molla crudele e avrei voglia di rispondere: Ma cercarti una persona in carne ed ossa per scopare ogni tanto, no? Poi torno il signore che sono e taccio, ché tanto io del romanzo non ho bisogno.

mercoledì 7 giugno 2017

beneficenza

«Questa è una casa editrice, non facciamo beneficenza». Appena sentita in un telefilm. Mio fratello scoppia a ridermi in faccia, senza alcuna pietà.

martedì 6 giugno 2017

un sogno molto kafkiano

Ero anziano e vicinissimo alla morte. Mi assegnavano un grosso premio letterario per il coraggio e l’ampiezza del mio lavoro poetico scritto a metà della mia vita, già passata da un pezzo. Ormai decrepito, piegato, quasi cieco e sordo, andavo a ritirare il mio premio. Salivo sul palco commosso e mi inchinavo in lacrime, ringraziando la giuria per quell’ultima attenzione, quasi un ravvedimento in extremis sulla bontà del mio lavoro artistico, frustrato da anni di indifferenza. Ma uno dei giurati a quelle mie parole correva a fermarmi, a togliermi dall’imbarazzo: «No no, ma che dice, stia sereno. Lei non ha capito, lo sapevamo tutti che era bravo, lo abbiamo sempre saputo, anche quando era un giovane ambizioso». «Io non capisco, non ho capito, ma perché, se sapevate, perché tanta crudeltà? Perché un tale spaventoso silenzio?». Lui sorrideva. «Non capisce? Ma era tutto uno scherzo il nostro, per farla rosicare un po’, renderla umano. L’abbiamo burlata due volte. La prima perché ha vissuto una vita intera nel dubbio se meritasse o meno il successo. E la seconda perché alla fine il successo lo ha meritato, ma non avrà il tempo di goderselo, poiché è scritto che morirà domani. Poco importa, visto che ormai non ha più nulla da dire, il successo non le serve a nulla».

statistiche

Ho letto una recente statistica per cui oggi, in Italia, ci sono circa due milioni di poeti (due milioni!). Ancora meglio: due milioni di persone che hanno pubblicato almeno un libro di poesie, senza contare tutti quelli che non pubblicano, che pubblicano solo su riviste o sui siti, che fanno slam, insomma una marea di imboscati del verso. Quando leggi una cosa così, ovviamente, la prima cosa che pensi da editore di poesia è che se ognuno di questi fenomeni letterari comprasse almeno un libro di un collega, il mercato del libro non solo non sarebbe in crisi, ma anzi sarebbe più sano di quello del romanzo. Eppure la cosa davvero straordinaria di questa ricerca è stata scoprire che di questi due milioni di poeti (due milioni!) circa 700.000 (settecentomila!) sono in Lombardia! Una calca immensa! Ma tu immagina le invidie, le maldicenze dietro i sorrisi amichevoli, le lotte spietate per il controllo del territorio. Immagina la paura in metropolitana, quando ti guardi intorno sospettoso e pensi che magari sei circondato da altri poeti e non lo sai! E io che ingenuo chiedevo a Carlo Tosetti come avesse fatto, lui milanese, a venire giù da noi in Puglia. Invece, lui furbissimo, cercava scampo prima che qualche altro poeta lo accoltellasse nel buio per rubargli il posto auto.

complimenti

Mio padre, che aveva avuto esperienza di fabbrica in tempi duri, negli anni Cinquanta, mi diceva che quando il tuo padrone ti dice che ti vuole bene, quello è il momento in cui sta per licenziarti. Il padrone non ti deve voler bene, ti deve volere al lavoro. E l'editore non ti deve fare i complimenti, ti deve pubblicare. 

[Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Sossella 2016]