domenica 30 aprile 2017

la favola vera

La sera s’avvicina
e l’ombre de le cose se ne vanno.
Nonna e nipote stanno
accanto a la finestra de cucina.
La vecchia regge la matassa rossa
ar pupo che ingomitola la lana:
er filo passa e er gnómmero s’ingrossa.
— Nonna, dimme una favola... — Ciò sonno...
— Quella dell’Orco che scappò sur tetto...
È vero o no che l’ha ammazzato nonno?
È vero o no che venne a casa tua
una matina mentre stavi a letto?
Che te fece? la bua?
E perché se chiamava l’Orco nero?
era cattivo, è vero?
— Era giovene e bello!
— dice piano la vecchia e aggriccia l’occhi
come pe’ rivedello —
Ciò ancora ne l’orecchia li tre scrocchi
che fece nonno ne l’aprì er cortello... —
La nonna pensa e regge la matassa
ar pupetto che ignómmera la lana;
se vede un’ombra: è un’anima che passa...
che spezza er filo rosso e s’allontana...

(Trilussa)

giovedì 27 aprile 2017

a mario

Oggi il mio pensiero affettuoso va ai parenti e agli amici di Mario Santagostini, poeta che non conosco in prima persona ma di cui so a memoria l'indirizzo perché è giurato in circa una quarantina di concorsi vari a cui regolarmente iscrivo i nostri autori, di cui quindi gli arrivano più copie dello stesso libro durante l'anno. Mi immagino i parenti, poverini, e gli amici che a Natale o ai compleanni ricevono le copie che lui sicuramente ricicla, né possono riciclarle a loro volta, perché sono talmente tante che di certo tutti ne avranno già una a minacciarli dagli scaffali.

l'editoria non è lavoro

Ultimamente mi chiedo: Ma lanciarsi ogni giorno come un fesso nelle mille battaglie dell'editoria italiana sapendo che la guerra è già persa in partenza, mi rende più eroico, o dà solo l'idea che non ho un cazzo di più serio da fare mentre aspetto di estinguermi? Mio fratello, pragmatico, risponde: Il lavoro porta soldi. Se non fai soldi allora non è lavoro. L'editoria non è lavoro. Persino Mondadori è in crisi. Quindi anche la Mafia è lavoro? lo provoco. Non ho detto questo, però la Mafia crea più lavoro dell'editoria, è un fatto. Come estinguersi col malesangue.

mercoledì 26 aprile 2017

due zingari

Me la sento in testa da ieri, quando ho visto un cane morto lungo l'autostrada e un altro che credo fosse il suo compagno che gli girava intorno toccandolo col muso e spronandolo a rialzarsi.

appunti sulla poesia d'amore

Detto in parole semplici: una poesia d’amore è l’anima di qualcuno messa in movimento. […] 
È l’alterità, quindi, a produrre l’opportunità metafisica. Una lirica d’amore può essere bella o brutta ma offre al suo autore un’estensione di sé, ovvero – se la poesia è eccezionalmente bella o se l’innamoramento duraturo – l’autonegazione. […] Di regola le poesie d’amore sono scritte in fretta e non sono sottoposte a vistose revisioni. Ma quando si raggiunge una dimensione metafisica, o almeno quando si raggiunge l’autonegazione, allora realmente si riesce a distinguere la danzatrice dalla danza: una lirica d’amore dall’amore e, quindi, da una poesia che parla d’amore, o che dall’amore prende forma. 
Ora, una poesia che parla d’amore non insiste sulla realtà dell’autore e raramente impiega la parola «io». Parla di quello che il poeta non è, di quello che percepisce come differente da sé. Se la poesia è uno specchio, quello specchio è piccolo, e posto a una distanza troppo grande. Riconoscervisi richiede, oltre all’umiltà, una lente la cui risoluzione non distingua tra l’osservare e l’essere ipnotizzati. Una poesia che parla d’amore può avere come suo soggetto praticamente tutto: l’aspetto della fanciulla, i nastri nei suoi capelli, il panorama dietro casa sua, nuvole di passaggio, cieli stellati, qualche oggetto inanimato. Potrebbe non avere niente a che fare con la fanciulla: potrebbe descrivere un incontro tra due o più personaggi mitologici, un mazzetto di fiori appassiti, la neve sulla banchina di una stazione ferroviaria. I lettori, comunque, sanno di leggere una poesia plasmata dall’amore grazie all’intensità dell’attenzione dedicata a questo o a quel dettaglio dell’universo. Perché l’amore è un atteggiamento nei confronti della realtà – in genere di un essere finito nei confronti di qualcosa d’infinito. Da qui, l’intensità determinata dalla consapevolezza della natura provvisoria del proprio possesso. Da qui, il bisogno di esprimere quell’intensità. Da qui, la ricerca di una voce meno provvisoria della propria. Così entra in scena la Musa, la donna più antica, meticolosa in materia di possesso. 
La famosa esclamazione di Pasternak, «grande dio dell’amore, gran dio dei dettagli!» è toccante esattamente a motivo della totale insignificanza della somma di quei dettagli. 

[Iosif Brodskij, Profilo di Clio, Adelphi 2003]

martedì 25 aprile 2017

ritorno

È il 25 aprile: giorno in cui si celebra la liberazione dal nazifascismo. La marea della retorica sale. La Resistenza al nazifascismo, valore indistruttibile quanto il rispetto della Democrazia Cristiana ad Aldo Moro, viene invocata e trasposta come resistenza alle trattative per salvare la vita di Moro. Il guaio è che quella Resistenza è un valore indistruttibile anche per le Brigate rosse: credono di esserne i figli, di continuarla o di ripeterla. Nessuno ha spiegato loro che non si trattava di una rivoluzione lasciata a mezzo e con la riserva di riaccenderla a più conveniente momento, ma di un ritorno invece: di un ritorno all’Italia prefascista – e col paradosso della continuità giuridica con l’Italia fascista – in cui, in qualche modo, a tentoni, ad improvvisazione, si sarebbe tenuto conto delle idee, dei fatti, delle cose nuove e migliori che intanto correvano nel mondo. 

[Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Adelphi 1983]

lunedì 24 aprile 2017

il giardiniere e la legge (prima versione)

Il viburno mi mostra compiaciuto
il mio compagno, ormai autoesiliato
fra i fiori che lo assolvono dal mondo
perché, come il viburno, galleggiano
sul Male e Dio li ha privati dei denti.

«Lo senti l’odore delle iris
che sanno di libri marcescenti?
E come incombe il tulipano che si
scioglie in lacrime di miele
accanto alle camelie? Piange!»

Lo abbiamo da poco intervistato
nel suo angolo privato che soffre
delle lacrime che piange. «Ma per chi
piange, giardiniere?» Il Male lo attanaglia
di tutti gli avvocati della Terra.

Quelli che ritengono imperante
sradicare le rose dal giardino
perché offuscano la vista di un vicino
ricordandogli che il tempo non perdona
nemmeno chi, come lui, è già morto.

La causa è prossima al Giudizio
se di un cespuglio si decreta l’estinzione
e la fine per fuoco con rimborso
di ogni offesa del pudore
per così sfacciata vitalità di un Fiore.

E tu che leggi invano questo scempio
cittadino, nemmeno puoi chiamarlo una
poesia, ma cronaca di Legge che fa inverno
quando offende per capriccio il tempio
soffice di rose del suo giardiniere.

a chi lotta


domenica 23 aprile 2017

il bugiardo

Sono talmente bravo che ho passato la mattina a raccontarmi storie del tipo “lavorerò un po’ nel pomeriggio” e per quasi due ore sono persino riuscito a farmi fesso.

sabato 22 aprile 2017

sputare sangue

Spilucco senza tregua l'autobiografia di J.M. Coetzee, Scene di vita di provincia. Per impegni presi dovrei leggere altro, ma non riesco a staccarmene. E mi prudono le mani e mi vien voglia di marinare gli impegni. Ma come caspita si fa a leggere libri così e poi ostinarsi a voler scrivere? Che poi risponde all’imperativo di certi corsi di scrittura: “quando scrivete, non leggete altri autori ché vi influenzano!” Ma io più leggo e più mi viene voglia di scrivere, di rubare, di vedere se riesco a fare meglio. Secondo me, se scrivete, non solo dovete leggere, ma dovete leggere quelli più bravi di voi, quelli più forti, quelli che vi fanno male all’orgoglio. La scrittura è come il pugilato alla fine, lo diceva anche Hemingway, se sei bravo più botte prendi e più ti viene voglia di rialzarti per sputare altro sangue.

incipit

Stamattina, in dormiveglia, ho scritto l'incipit del prossimo romanzo che non scriverò: 
Non sono passati nemmeno tre mesi dal giorno in cui ha compiuto 40 anni che dà sfogo ai propri istinti e annuncia con un breve post sulla sua bacheca di avere una malattia mortale per cui proverà a curarsi ma non si fa troppe speranze. E quindi di voler morire come i gatti, solo e nascosto in qualche buco della terra. Poi, senza nemmeno leggere i messaggi di sconcerto dolore o conforto dei suoi amici, chiude la porta di casa e sparisce dalla circolazione con un bagaglio leggero, il più in fretta possibile.
[Poi il tipo del romanzo vola a Oslo, ma noi non sappiamo perché proprio a Oslo]

giovedì 20 aprile 2017

ciao italia

Bogdan mi dice che dovrei scrivere un libro chiamato Ciao Italia che potrebbe diventare il mio grande successo, visto che ho la vena giusta per scrivere queste cose. Gli chiedo di che dovrebbe parlare il libro. Si dice Ciao a una bella che lasci, no? Credimi amico mio, io vivo in questo Paese da anni e ti dico, che tempo dieci vent’anni questo paese è morto, finito per sempre amico mio. Fidati, è meglio se scrivi tu il necrologio invece che scrivono altri.

taglio e cucito

Faccio l'editing al racconto di un amico. Si raccomanda di essere feroce perché lui non sa controllarsi e spesso annacqua delle belle idee in un profluvio di parole inutili. Lui me lo chiede e io, che sono un gran figlio di sartina, taglio circa un terzo del racconto senza farmi problemi. Me lo riguardo soddisfatto prima di rispedirlo al mittente, e penso di capire come doveva sentirsi Gordon Lish quando Carver si prendeva i meriti e lui magari pensava, da quel gran figlio che era, che a disegnare il modello son tutti bravi, ma è nel taglio e cucito che si nasconde l'arte di vestire.

mercoledì 19 aprile 2017

buon gusto

Tanto vale che lo dica: il modo di sviluppare il buon gusto in letteratura è leggere poesia. Se pensate che stia parlando per partigianeria professionale, che stia cercando di portare avanti gli interessi della mia corporazione, vi sbagliate: non sono un sindacalista. Il fatto è che, rappresentando la forma suprema di locuzione umana, la poesia non è solo il modo più conciso, più denso di trasmettere l’esperienza umana: essa offre anche gli standard più elevati per ogni operazione linguistica – specie su carta. 
 Più si legge poesia, meno si tollera ogni sorta di verbosità, nei discorsi politici o filosofici come nella storia, nella sociologia, o nell’arte della prosa. Il bello stile in prosa è sempre ostaggio della precisione, rapidità e intensità laconica del dettato poetico. Figlia dell’epitaffio e dell’epigramma, concepiti, sembra, come scorciatoie per ogni soggetto immaginabile, la poesia rappresenta la grande disciplina della prosa. Le insegna non solo il valore di ogni parola ma anche gli schemi mentali mercuriali della specie, le alternative alla composizione lineare, il trucco di omettere l’ovvio, l’insistenza sul dettaglio, la tecnica dell’anticlimax. Soprattutto, la poesia sviluppa nella prosa quell’appetito per la metafisica che distingue un’opera d’arte dalle semplici belles lettres. […] 
Vi prego, non fraintendetemi: non sto cercando di screditare la prosa. L’essenza della questione sta nel fatto che la poesia è semplicemente più antica della prosa e quindi ha coperto una distanza maggiore. La letteratura ha avuto inizio con la poesia, con il canto di un nomade che precede gli scarabocchi di uno stanziale. 

[Iosif Brodskij, Profilo di Clio, Adelphi 2003, pag. 81, 82]

dove comincia l'odio?

La settimana scorsa, alla presentazione di Storia e Trascendenza, l'ultimo libro che abbiamo pubblicato con Angelo Panarese, un signore presente, molto preparato, ha fatto un commento assai preciso sulle colpe della religione cattolica nello svilimento dell'identità sessuale femminile fino al vero e proprio annientamento ai suoi peggiori estremi. Tutte cose adesso superate (ma davvero? e dove?), che ritroviamo e ci inorridiscono in alcuni fondamentalismi islamici. Eppure, leggevo ieri una biografia di Montanelli in cui parlava del suo matrimonio con la ragazzina eritrea che tanto scandalo gli è costato, e nelle sue memorie lui diceva di aver avuto parecchie difficoltà ad avere rapporti sessuali con lei perché la ragazza era infibulata. E l'infibulazione è pratica ancestrale che nulla c'entra con la religione cattolica, viene molto prima. Per cui adesso mi chiedo: dove comincia tutto quest'odio, e perché? A che punto della nostra storia di umani si comincia a considerare la donna una tale fonte di male da meritarsi una simile vendetta? E quando finisce il male, se non basta eliminare una qualsiasi religione per chiudere la storia (perché l'odio comincia molto prima, dove nessuno più si ricorda)?

lunedì 17 aprile 2017

toponomastica

Visto che oggi sto poco bene è venuto a trovarmi un amico. Mentre cercava la casa si è reso conto che nella zona in cui vivo i nomi delle strade sono tutti di fascisti: io sto in via Araldo Di Crollalanza che si interseca con via Evola e più giù con via Italo Balbo, e alle mie spalle c’è via Almirante. Per dire. Per farlo ridere gli racconto che una volta qui era via Della Resistenza poi c’è stata una rivoluzione della toponomastica ed evidentemente nemmeno la Resistenza ce l’ha fatta di fronte al potere della politica di rievocare il meglio della nostra Storia. Lui non capisce l’ironia e mi dice che sbaglio, che invece di ridere bisogna andare in comune e a lamentarsi, fare casino sui giornali. Perché quei nomi, quei brutti nomi, non mi riguardano e non c’entrano nulla con la “nostra” storia. Ma secondo me un nome è un nome se parliamo di Storia con la S maiuscola che si porta dietro, nel tempo, uguale colore di sangue. Se vogliamo rifar tutto da capo, per bene, allora io comincerei da molto prima e cancellerei tutte le piazze Vittorio Emanuele o dei Savoia, i corso Cavour o XX settembre e le vie Giuseppe Garibaldi, nomi che per quanto mi riguardano sono altrettanto lesivi della nostra storia di quelli legati al fascismo oppure al colonialismo. Nomi di gente orribile che ragionava in chiave di conquista, Italo Balbo così come Cavour. Vogliamo dare un senso alle strade? Allora mettiamo da parte condottieri e politici, regnanti e soldati, di cui non importa nulla a nessuno, e recuperiamo i nomi di chi le ha camminate insieme a noi, e diamo alle strade il nome di un armiere o di una sartina, di un barbiere o di uno stagnino, di un cantiniere, di un parroco, di un fabbro, di un qualsiasi arrangiato che ha consumato la sua vita in piazza scroccando un pasto o una bevuta con un sorriso gentile. È quella la nostra storia, se vogliamo parlare della “nostra” storia, ed è una storia minore ma è viva, una storia di cui andare orgogliosi perché l’abbiamo toccata con mano, l’abbiamo costruita insieme.

la casa dei miei sogni


Villa Malaparte a Capri. La casa dei miei sogni. Come caspita si fa a non essere creativi quando dici che stai tornando a casa ma praticamente entri nel Nautilus?

le chien jaune

Adotto un cane. È un cane piccolo, un cagnetto, è grigio e buono e lo prendo con me per la sua apparente mitezza che riscalderà i miei giorni. Invece il cagnetto, senza un attimo di tregua, si infila in un guaio dietro l’altro e addirittura risolve un giallo riempiendomi la vita di avventure e forse troppe emozioni per me solo che lo accompagno. Lo guardo sconsolato. Ma come? Facevi una vita da nababbo, passeggiate senza meta e un piatto pronto alla mia tavola ogni giorno? Ma come hai fatto a cacciarci in questo guaio? Il cagnetto però abbaia senza vergogna, mi scodinzola ed è come se ridesse di me, delle mie ansie, forse per dire che una vita sola non ci basta a contenere la nostra gioia di vivere. Guardo il cagnetto, lo chiamo e per la gioia si fa giallo anche lui.

domenica 16 aprile 2017

investire nel proprio pubblico

[…] Lavorando nel marketing e nella pubblicità, so per esperienza che il pubblico (o per essere più precisi il target) non va solo cercato ma anche creato. Che un’azienda che si proponga degli obiettivi commerciali di medio e lungo periodo (non solo di breve e di brevissimo) debba investire anche in formazione (e in certi casi pure in alfabetizzazione vera e propria) del suo pubblico. Questa formazione ha un costo: e non sempre questo costo è sostenibile e non sempre viene recuperato, almeno nell’immediato. 
Le domande da porsi sono dunque, secondo me: 
Quali settori (parlo di cultura e intrattenimento) hanno investito, negli ultimi dieci quindici anni, nella formazione/crescita del proprio pubblico? 
Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di continuare (o cominciare) a investire nella formazione/crescita del proprio pubblico?
Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per la congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di lavorare nell’ottica di piani di sviluppo a cinque, dieci, quindici anni, e non solo a dodici mesi (arco temporale di un piano di marketing standard)? 

[Valentina Durante in risposta al post di Giulio Mozzi in risposta al post di Gilda Policastro che cita Gabriele Frasca in risposta al responso critico del libro di Teresa Ciabatti e senza contare talune stroncature moraliste all'ultimo di Walter Siti]