mercoledì 21 giugno 2017

e gnente

Piccola storia triste. Tutto ciò che scrivi. 
Qualsiasi cosa scrivi. Potrebbe essere anche felice. 
Invece è triste. Perché la scrivi?
Mi rispondi così: E gnente. Con la gn- di gnagna. 
Quanto sei poco originale -.- mi scrivi.

deus absconditus

Che cosa triste leggere articoli di giornale come quello de La Stampa che dopo le tracce della Maturità titola: "Chi è Giorgio Caproni", quasi fosse una necessità spiegarlo, e intuire che lo è. Quegli articoli rivelano la cruda verità, che a non conoscerlo, Caproni, non sono soltanto gli studenti che magari adesso lo inseguono, ma anche i loro genitori e i nonni. Il più grande poeta italiano della seconda metà del '900 (almeno per me, ma se la gioca con Sereni) e non lo sa quasi nessuno. Sarà forse un bene questa traccia, come dice Nicola Lagioia perché magari adesso qualcuno si sentirà lo scrupolo di recuperarlo. Ma fino a quando si potrà andare avanti così, trattare la nostra poesia, e la letteratura, come Lascia o raddoppia? Fino a quando non ci si sentirà in dovere di prenderli questi programmi ministeriali, che sono come catene, e dire che è tutto da rifare, ripartendo dalle basi, dalla persona e dal suo bisogno inalienabile (e non dal dovere) di sapere? Vi rendete conto dell'enorme furto che avete perpetrato e state perpetrando a danno di quei ragazzi che non sanno nemmeno chi è Giorgio Caproni e pensano sia solo una incombenza non necessaria, e se invece lo conoscessero lo amerebbero alla follia per l'universalità fulminante del suo verso, per l'ampiezza smisurata del suo sguardo sul buio, per il modo ironico, sprezzante, con cui lo affronta, e per il dubbio che ci pone di continuo, che il dubbio sia la sola soluzione? 

Un semplice dato: 
Dio non s’è nascosto. 
Dio s’è suicidato. 

[Giorgio Caproni]

lunedì 19 giugno 2017

diritto

Lo so che ne traslo il senso, ma quando mi dicono Ius soli, io per estensione la prima cosa che penso è il mio diritto inalienabile a ritagliarmi e difendere uno spazio tutto mio dove star solo, e da cui mandare affanculo tutti quanti quando la pazienza vacilla. Lo stesso principio per cui delle volte, sentendomi straniero in una terra straniera, rivendico il mio diritto alla sopravvivenza e spengo il telefono o mi chiudo in casa a distanza di sicurezza dal prossimo. Tutti mi dicono: asociale! E io rispondo: no, esercito soltanto il mio diritto alla solitudine.

domenica 18 giugno 2017

gomiti

Sogno di stanotte. Vado a fare un corso di scrittura. Fra i molti consigli utili il più interessante dice: quando scrivi stai composto e non appoggiare mai i gomiti sul tavolo, altrimenti poi ti rilassi troppo, ti va il sangue nei lombi e ti parte una super erezione che ti distrae dalla creazione artistica.

venerdì 16 giugno 2017

crollo

Oggi crollo. Nel senso che sono cascato giù come una pera e poi due ore di immobilità. Calo di pressione improvviso, forse il caldo. Ancora mi sento fiacco, le mani addormentate. In tutto questo mia madre, per consolarmi, mi dice: Su, un po' di coraggio, le donne svengono in continuazione e mica si lamentano come fai tu, si rialzano e basta. E io, a parte che non sono donna, non sto dicendo proprio nulla. Si vede che ho preso da mio padre che non ha segreti per nessuno, e mi parla la faccia mio malgrado.

il ragno

Io so una cosa, che spesso lo spazio che ti concedono è direttamente proporzionale a quello che già occupi, che più sei grosso di tuo e più spazio ti danno, senza fiatare. Se invece sei discreto, piccolino, nessuno ti dà spazio, al massimo ti concederanno un buchino del cazzo in cui infilarti. E lì, come un ragno paziente, tesserai la tua tela nell'ombra in attesa dell'occasione giusta per mangiarli.

giovedì 15 giugno 2017

sciatteria

Premessa: all’inizio non volevo mettermici, ma dopo aver letto il pezzo di Gramellini, che non amo troppo, dico la mia sull’argomento. Cosa è successo: è venuto fuori nelle ultime ore che alcuni passaggi citati nel discorso per il Nobel di Dylan siano presi da un bignami e non dai libri originali. Ovviamente non se n’è accorto nessuno, almeno finché un giornale non ha fatto una ricerca e allora si è sollevata la pietra dello scandalo. Quello che è sfuggito a molti, anche perché non credo lo abbiano letto, è che nel suo discorso Dylan non dice: Ho letto Moby Dick e mi è piaciuto un sacco. Dice che molti dei temi che affronta nelle sue canzoni discendono o hanno cose in comune con gli archetipi che si ritrovano in alcuni grandi classici come Moby Dick o l’Odissea che ha letto da bambino e che gli sono rimasti dentro tanto quanto le canzoni di Buddy Holly o di Leadbelly. Così, e chi ascolta Dylan lo sa, quando nel discorso descrive la fine di Achab, con le acque del mare che si richiudono sopra di lui, Dylan sta ancora parlando di House Carpenter, antica ballata anglosassone da cui discende la sua Man in the Long Black Coat del 1989. Di quei classici, di cui ripete due volte gli interessano i temi, gli archetipi, e mai una volta si ferma a parlare di come sono scritti, cita alcuni passaggi utili alla sua esposizione, riprendendoli probabilmente dal bignami – così come io li prenderei da Internet se dovessi scrivere un pezzo letterario senza volermi impelagare nella ricerca bibliografica – ma con la colpa, più o meno grave, di non aver poi controllato le fonti. È sciatteria, è vero, proprio come dice Gramellini. La stessa sciatteria che ha caratterizzato molta della sua opera, ed è una sciatteria, aggiungo, molto "americana". Ma è, aggiungo ancora all’indirizzo di Gramellini (ed è il motivo per cui scrivo questo post), la stessa sciatteria nei confronti delle fonti che ormai caratterizza tanta stampa italiana, e non solo, con maggiori colpe etiche e ben altre conseguenze sulla vita delle persone.

mercoledì 14 giugno 2017

sto scrivendo una storia

Ogni anno, quando finisco un corso, c’è sempre un ragazzo o una ragazza che poi mi chiama per dirmi: Sto scrivendo una storia, ho bisogno di consigli, ti va di leggerla? E io sono contento, perché vuol dire che ho fatto bene ciò che dovevo, cioè instillare l'amore per le parole. Quando lo racconto c'è chi mi dice che il mondo non ha bisogno di nuovi scrittori, ma, se è per questo, il mondo non ha nemmeno bisogno di vecchi scrittori. Il mondo ha bisogno soltanto di persone che amano le parole, da leggere e da scrivere, ma soprattutto che hanno voglia di parlarne.

martedì 13 giugno 2017

sincerità (?)

Oggi ho fatto un errore da principiante. Mi ha contattato una ragazza che ha da poco pubblicato un libro di poesie e mi ha dato una copia, e parlandone le ho detto che almeno lei è carina e venderà. Lei all'inizio se l'è presa. Mi ha detto che sono come tutti gli altri, che nel momento stesso in cui le dico che è carina non rispetto tutto il suo impegno nella scrittura e nego la bellezza dei suoi versi. E qui ho fatto l'errore. Perché, proprio per rispetto di quell'impegno, ho voluto essere onesto sui suoi versi come in genere non sono mai, e le ho detto cosa penso delle sue poesie ribadendo che ALMENO è carina e quindi delle copie del suo libro si venderanno, il che secondo me non è un aspetto trascurabile della faccenda. A quel punto, ferita, se n'è andata. E a me è venuta in mente una frase che diceva il personggio di Philippe Gaston a metà di Lady Hawke, che cioè "i momenti più belli della mia vita me li ha dati la menzogna". E visto che la poesia conta poco o nulla alla fine, magari me la potevo risparmiare la mia sincerità. Potevo dirle sorridendo che è tutto a posto, è tutto bellissimo, vai avanti eccetera e tornarmene sereno a farmi i cazzi miei, e forse adesso stavamo tutti un pochino meglio di quello che stiamo.

lunedì 12 giugno 2017

tentativo di approccio

Si parla di film. Una ragazza (molto molto carina!) si gira verso di me e mi fa: Lillo, se fossi un film tu chi saresti? La mia risposta intelligente (alla maniera di Cochi e Renato): Hai presente Quattro matrimoni e un funerale? Ecco, io sono quello del funerale. Lei ride. Che scemo! Ti dico di sì, quello con la barba che balla, beve e fa rumore tutto il tempo, poi muore a metà e gli leggono una poesia bellissima, quello sono io! Dal suo sguardo penso di aver dato una risposta brillante. Invece interviene l'amica (la solita amica acida-finto simpatica che interviene sempre a questo punto) e getta un'ombra di dubbio sulla faccenda. Ma non era gay quello? La ragazza ride, io rido, poi pian piano la ragazza si gira dall'altra parte e torna ai discorsi suoi con l'altra. Fine del tentativo di approccio. Così imparo, mi dico, mai toccare il cinema nei propri discorsi, se non si è almeno sicuri della sessualità dei personaggi che ti scegli come alter ego, e soprattutto se c'è un'amica in giro.

sabato 10 giugno 2017

la benda

Capita che dopo pranzo mi appisolo e sogno di venire investito da una betoniera sulla strada di casa. Nello scontro miracolosamente non mi faccio quasi nulla ma perdo l’uso dell’occhio destro. Così metto la benda da pirata come Bianciardi e tutti mi dicono che sono più bello e cattivo. Il fatto è che io per davvero ho cambiato carattere, sono diventato cattivo. E così, intanto che mi fate complimenti per la benda, io che sono cattivo faccio piani malefici per uccidervi tutti. State attenti!

una storia vera (e poetica) che ho appena letto

La storia si svolge su una nave italiana chiamata Saturnia, partita il 21 ottobre 1929 da Trieste e diretta a New York. Sulla nave si incontrano tre uomini in partenza dall’Europa. Uno di loro è un avventuriero greco chiamato Stavros Karlpoupolos che si muove di continuo fra New York e Patrasso. È lui, il più intraprendente, che fa amicizia prima con un altro greco assai timido stipato in terza classe, Konstantinos Kavafis, e poi lo presenta a un misterioso ingegnere portoghese che si presenta come Alvaro de Campos. I tre passano un’intera giornata assieme, cercando di riempire, attraverso le loro storie, il tempo del loro lungo viaggio pieno di fantasmi, di speranze e di rimpianti. Ma solo quando Kavafis, prendendo finalmente coraggio, rivela agli altri due di essere un poeta, il portoghese dichiara all’improvviso di chiamarsi Fernando Pessoa, di essere anch’egli un poeta e di non aver mai conosciuto alcun Alvaro de Campos in vita sua. Kavafis, a detta di Karlpoupolos che non ci capisce più niente, prende la notizia con una naturalezza assoluta e sconcertante. Le parole allora cominciano a volare sul ponte con una leggerezza vertiginosa. Eppure è solo un attimo, l’unica giornata insieme di due uomini schivi, che poi si eviteranno, ciascuno rifugiato nella propria solitudine. Arrivati a Londra, li raggiunge la notizia che nel frattempo c’è stato il crollo di Wall Street e che New York è nel delirio, insanguinata da rivolte popolari. I due poeti decidono a quel punto di non proseguire il loro viaggio e scendono lì, dove si perdono di vista per sempre, pur chiedendo entrambi l’indirizzo newyorchese di Karlpoupolos, a cui invieranno mesi dopo le proprie poesie. Nessuno dei due lo chiederà invece all’altro, come per una forma di pudore reciproco. L’avventuriero, in risposta a entrambi, proporrà di fare da tramite fra i due, ma non ci sarà mai risposta. I due moriranno poi a due anni di distanza (nel 1933 e nel 1935), uno ad Alessandra d’Egitto, l’altro a Lisbona, senza realmente sapere chi fosse l’altro incontrato. Karlpoupolos appunta questa storia nei suoi diari, senza che nessuno li legga fino al 2007, quando vengono ritrovati per caso in un monastero greco, mentre si fanno ricerche per un documentario su Kavafis.

venerdì 9 giugno 2017

il corpo di chi scrive

La scrittura che non dice il corpo di chi scrive, che non dice la luce che risalta sull'opacità del testo rendendolo possibile, che cosa potrà mai rivelare?

[Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Sossella 2016]

mezza età

Sono due giorni che ho visto Trainspotting 2 e ancora non mi passa la sensazione che mi ha dato di essere diventato vecchio assieme a lui e soprattutto abbruttito dal tempo, come le facce dei suoi protagonisti, ma soprattutto come lo stesso film. Fra il primo e il secondo passa la stessa differenza che c'è fra un giovane brillante, matto e paraculo, e la copia ponderata ma senza smalto, vagamente inutile, di uno che arranca confuso intorno alla mezza età.

il morso

Stamattina trovo Mao tutto contento in giardino perché ha acchiappato una lucertola. Gioca con lei con la crudeltà tipica dei gatti e io mi allontano in casa per non vedere che scempio ne farà. Invece, poco dopo lo sento miagolare forte, quasi gridare di dolore. Corro fuori pensando al peggio, ed è la lucertola che gli si è attaccata a una zampa e morde con tutte le sue forze. Lui prova a morderla a sua volta, a scrollarsela di dosso ma quella resta lì attaccata e pinza come un’ossessa. Alla fine, a furia di agitarsi, Mao riesce a staccarsela di dosso e corre verso di me per farsi consolare. La lucertola guerriera resta immobile al centro del giardino, senza più la coda ma con la bocca ancora spalancata e pronta a dar battaglia al mondo. Io prendo la scopa e con un colpo secco la scaccio verso la siepe, dove si nasconde. Mao mi corre dietro spaventato e zoppicante. È la prima volta che vedo un gatto adulto perdere contro una lucertolina, ma devo dire che è una lezione istruttiva. Siamo così abituati a pensare che contro i potenti non c’è storia, che ci soverchieranno in virtù della loro forza immensa, della differenza di peso, che ci scordiamo come un bel morso dato con tutte le nostre forze, con tutta la rabbia e la disperazione che abbiamo in corpo, non solo è lecito, ma è nell’ordine naturale delle cose e delle volte persino funziona.

giovedì 8 giugno 2017

affezioni

Sono sincero, quando leggo sui forum i commenti a libri che non c'entrano nulla col romanzo, di tipi che dicono che non hanno amato quel libro perché preferiscono il romanzo, e preferiscono il romanzo perché vogliono "affezionarsi" ai personaggi, mi scatta dentro come una molla crudele e avrei voglia di rispondere: Ma cercarti una persona in carne ed ossa per scopare ogni tanto, no? Poi torno il signore che sono e taccio, ché tanto io del romanzo non ho bisogno.

mercoledì 7 giugno 2017

beneficenza

«Questa è una casa editrice, non facciamo beneficenza». Appena sentita in un telefilm. Mio fratello scoppia a ridermi in faccia, senza alcuna pietà.

martedì 6 giugno 2017

un sogno molto kafkiano

Ero anziano e vicinissimo alla morte. Mi assegnavano un grosso premio letterario per il coraggio e l’ampiezza del mio lavoro poetico scritto a metà della mia vita, già passata da un pezzo. Ormai decrepito, piegato, quasi cieco e sordo, andavo a ritirare il mio premio. Salivo sul palco commosso e mi inchinavo in lacrime, ringraziando la giuria per quell’ultima attenzione, quasi un ravvedimento in extremis sulla bontà del mio lavoro artistico, frustrato da anni di indifferenza. Ma uno dei giurati a quelle mie parole correva a fermarmi, a togliermi dall’imbarazzo: «No no, ma che dice, stia sereno. Lei non ha capito, lo sapevamo tutti che era bravo, lo abbiamo sempre saputo, anche quando era un giovane ambizioso». «Io non capisco, non ho capito, ma perché, se sapevate, perché tanta crudeltà? Perché un tale spaventoso silenzio?». Lui sorrideva. «Non capisce? Ma era tutto uno scherzo il nostro, per farla rosicare un po’, renderla umano. L’abbiamo burlata due volte. La prima perché ha vissuto una vita intera nel dubbio se meritasse o meno il successo. E la seconda perché alla fine il successo lo ha meritato, ma non avrà il tempo di goderselo, poiché è scritto che morirà domani. Poco importa, visto che ormai non ha più nulla da dire, il successo non le serve a nulla».

statistiche

Ho letto una recente statistica per cui oggi, in Italia, ci sono circa due milioni di poeti (due milioni!). Ancora meglio: due milioni di persone che hanno pubblicato almeno un libro di poesie, senza contare tutti quelli che non pubblicano, che pubblicano solo su riviste o sui siti, che fanno slam, insomma una marea di imboscati del verso. Quando leggi una cosa così, ovviamente, la prima cosa che pensi da editore di poesia è che se ognuno di questi fenomeni letterari comprasse almeno un libro di un collega, il mercato del libro non solo non sarebbe in crisi, ma anzi sarebbe più sano di quello del romanzo. Eppure la cosa davvero straordinaria di questa ricerca è stata scoprire che di questi due milioni di poeti (due milioni!) circa 700.000 (settecentomila!) sono in Lombardia! Una calca immensa! Ma tu immagina le invidie, le maldicenze dietro i sorrisi amichevoli, le lotte spietate per il controllo del territorio. Immagina la paura in metropolitana, quando ti guardi intorno sospettoso e pensi che magari sei circondato da altri poeti e non lo sai! E io che ingenuo chiedevo a Carlo Tosetti come avesse fatto, lui milanese, a venire giù da noi in Puglia. Invece, lui furbissimo, cercava scampo prima che qualche altro poeta lo accoltellasse nel buio per rubargli il posto auto.

complimenti

Mio padre, che aveva avuto esperienza di fabbrica in tempi duri, negli anni Cinquanta, mi diceva che quando il tuo padrone ti dice che ti vuole bene, quello è il momento in cui sta per licenziarti. Il padrone non ti deve voler bene, ti deve volere al lavoro. E l'editore non ti deve fare i complimenti, ti deve pubblicare. 

[Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Sossella 2016]

venerdì 2 giugno 2017

bucato

Tre giorni che porto la stessa camicia. Mia madre mi dice: Tonio vedi che la gente ti taglia, dice che sei poeta ma anche poco igienico. Cambiati quella camicia! Le rispondo che stavo aspettando il temporale che porta oggi pomeriggio per lavarla... Mia madre, che non sempre mi capisce quando scherzo, mi guarda del tipo: Che ho fatto di male a Gesù?

giovedì 1 giugno 2017

darsi un compito

Mi è appena tornato in mente il ricordo di quando Luca Arnaudo, che scrisse la postfazione al mio Viva Catullo, mi disse che secondo lui ero talmente disperato ed emotivamente vuoto in quei giorni che avrei potuto uccidermi da un momento all'altro senza problemi. Possibile? Mi ha salvato la scrittura. Non la mia, che anzi all’epoca mi servì a ben poco; o come mi disse Lino Angiuli a proposito di quel libro: “non chiedere alla poesia di fare qualcosa che non le compete”. Mi ha salvato la scrittura degli altri, quando ho deciso di fare l’editore e darmi un compito. Certi giorni sono persino felice. Lo ripeto con gratitudine, ma forse non lo dico abbastanza. Sono felice. Anche quando faccio i conti col mio conto o mi vien voglia di picchiare qualcuno con un tubo. Sono felice, mi dico, e tutto passa in mezz’ora circa.

mercoledì 31 maggio 2017

fucili

La domanda delle domande che le anime più innocenti mi fanno di continuo: Ma tu quando lo trovi il tempo per leggere? Rispondo senza scompormi: In genere sul vaso. Sono innocenti e insistono: Eh, ma quanto tempo ci stai sul vaso, per leggere? Non sanno, poverini, che siamo come fucili, armi in dotazione alla Parola, già carichi e pronti a dar battaglia. Più leggo e più produco, gli dico. Applaudono entusiasti.

pastiche

Come ogni volta che mi capita di ritrovarmi davanti a una poesia da 100 poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari, mi sale la sensazione che non è vero che il pubblico non vuole la poesia, ma che piuttosto il pubblico vuole il pastiche, cioè la poesia già frullata così risparmia tempo e fatica mandibolare. Una operazione che in qualche modo ha a che fare coi passerotti nei nidi che aspettando che la mamma rimescoli nel becco il vermino del giorno, o all’opposto coi pazienti di un reparto di geriatria in attesa costipata della loro mela cotta. Tutta salute insomma. 

Verrà la gnagna e avrà i tuoi occhi 
questa gnagna che ci accompagna 
bollente e bianconera. Er poeta 
se la magna, poi se fa subito sera.

martedì 30 maggio 2017

come mi sento vecchio

Mi chiama ieri la figlia di una mia amica per chiedermi informazioni su un vecchio cantante che ha sentito da una sua amica e visto che io ascolto musica molto vecchia di sicuro lo conosco. Le dico: Va bene, come si chiama? E lei: Elvis... Elvis Presley? dico io. No, più vecchio. Come più vecchio? Sì, fa jazz. Elvis che fa jazz? Mi canticchia il pezzo che le piace. She. Elvis Costello! dico io. Quello, sì. Ma Elvis Costello è un cantante punk. Come punk? (dubita di me o del punk?) Vabbe' fa nulla, tanto è morto. Ma no che non è morto, avrà 60 anni. Ma sei sicuro?, cantava una cosa jazz. Ma che c'entra? Vabbé dai, fa nulla, però mi piace quel pezzo. Sta nella colonna sonora di un film con Julia Roberts. Ah, capito! Poi ti passo il link e qualcos'altro, ok? Va bene, grazie, le cose più belle per favore. Niente punk! Va bene (si vede che dubitava del punk). Le linko alcuni pezzi un po' più commerciali dell'ultimo Costello più altri da un disco che a me piaceva alla sua età, a fine anni '90. Il disco, bellissimo, è suonato da un quartetto d'archi e i testi sono composti da lettere d'amore e d'odio: The Juliet Letters. Secondo me le piace. La risento poco fa. Allora, ti è piaciuto Elvis Costello? Veramente no, l'ho trovato noioso. Come noioso? Sì, pesante. Basta, io mi arrendo. Come mi sento vecchio adesso, nessuno lo può capire.

la tentazione della disciplina

La poesia non sarà salvata dal suo pubblico. Posto che valga la pena di salvarla, neanche fosse Venezia sotto l'acqua alta, lo sarà da quei pochi che partiranno in spedizione notturna per andarla a godere in segreto, come si gode qualunque cosa che ci è davvero preziosa. Le scuole di scrittura creativa stanno purtroppo facendo uno splendido lavoro. Incoraggiano ogni minima scintilla di talento che incontrano per via, non ammettono anime perdute, sono peggio dell'Esercito della Salvezza. Non insegnano la cosa più importante: che scriviamo ciò di cui ci vogliamo liberare, ma leggiamo solo ciò che ci dà piacere. Non ci sono sensi di colpa che tengano, siamo come i ragazzi in visita al museo. Ci possono somministrare tutte le lezioni che vogliono, ma noi sappiamo che non c'è storia più grande della nostra, di noi che non abbiamo storia. L'insegnante si sgola, cerca di convincere i suoi studenti che la poesia è come uno sport che l'adolescente deve praticare se vuole crescere sano. Ma la poesia non fa crescere sani. La poesia fa impazzire. È come il vento d'alta montagna o la notte artica che dura sei mesi. Non è una cura e non è una malattia: è la tentazione di una malattia, la più incurabile di tutte, quella che ha nome disciplina. 

[Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Luca Sossella 2016]

sabato 27 maggio 2017

menzogna

Stamattina, coi miei soliti tempi rallentati, ho finalmente capito cosa è successo a Flavio Insinna, e mi è venuto da ridere perché il suo mi è sembrato il classico linguaggio di chi fa teatro. Chiunque abbia visto cosa succede dietro le quinte lo sa, bisogna avere le spalle larghe. Se la gente non ci è abituata o si scandalizza per così poco è perché ha creduto alla menzogna diffusa che chiunque può fare spettacolo, che comunque vada sarà un successo, e semplicemente non è vero.

venerdì 26 maggio 2017

comandamento

Ma occuparsi di poesia non significa solo scriverla e pubblicarla. Significa comprarla, leggerla, studiarla, discuterla, insegnarla e impararla. Il comandamento di chi scrive poesie dovrebbe essere: “Ama la poesia del prossimo tuo come la tua stessa”. Abbine cura, tienila cara, considera la pubblicazione di un bel libro come una tua vittoria personale; cerca di ritessere, per quanto ti è possibile, quel lavoro comune senza il quale una lingua non ha futuro; combatti, per quanto sta nelle tue forze, l’oblio che altrimenti coprirà sia gli inediti tuoi che gli editi altrui. Puoi farlo oltre allo scrivere poesie o invece di scrivere poesie, e in entrambi i casi sarai altrettanto utile alla causa della poesia. 

[Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Luca Sossella 2016]

la fine

Poco fa ho sentito dire al Tg: "i sette paesi più industrializzati del mondo" e mi sono ricordato che quando eravamo piccoli, a scuola, ce li immaginavamo superpotenti e splendidi, quasi accecanti, paesi proiettati nel futuro, mentre oggi, se te li presentano così, ti viene quasi il brivido fantascientifico dei paesaggi post apocalittici. Se la fine del mondo è vicina, di sicuro comincia da lì. Da Taormina.

il boia

Stamattina, complice l’incontro che ho avuto con lei alcuni giorni fa, mi sono riletto Madre d’Inverno, l’ultima raccolta di Vivian Lamarque, adorabile anche come persona. E devo dire che il mio giudizio non è cambiato di molto. È un libro carino. Punto. Ben scritto, ma non all’altezza di Teresino, né del Signore d’oro. Il che non significa nulla, per lei. Non è che ogni volta uno scrittore deve per forza tirar fuori il capolavoro. C’è anche l’esigenza, per crescere, di scrivere libri come questo, molto personali. Il problema in effetti non è della Lamarque, che ha fatto il suo lavoro con la solita onestà, ma di chi la osanna. Di chi la premia ai concorsi o ne scrive panegirici sui social senza aggiungere un “ma”. Ogni volta che su una testata o a un concorso premi un libro così ignorando l’opera di un altro, magari di un giovane che ha scritto un libro migliore – folgorante proprio come fu Teresino all’epoca – condannandolo a un oblio più o meno lungo, tu ammazzi la cultura con la tua ascia da boia incappucciato, caro critico scrittore o giornalista. E se non lo sapevi, ora te l'ho detto.

giovedì 25 maggio 2017

verso l'infinito e oltre

giustificazione alle mie lamentazioni di editore povero

Se sono povero e lo dico a voce alta
non è che mi lamenti disperato. Non piango
in vista del suicidio. Ma ne rido a modo mio
per stemperare il senso di ingiustizia.
L’italiano medio invoca il mio successo editoriale
e non ammette la sconfitta del mio conto
che non va di pari passo alla poesia.
E non capisce il senso della mia lamentazione.
Poiché il male di uno – in questo caso – è collettivo
in ogni mio: “Sono poverino!”
(povertà che vivo a testa alta
perché nel mio lavoro metto tutto
a volte prima degli affetti e faccio libri
non guerre non palazzi e se il popolo non legge sono cazzi
solamente suoi) in ogni mio: “Sono poverino!”
non c’è nascosto un: “Ah, me miserino!”
ma un più maturo: “Noi popolo di stronzi!” riassuntivo.
Ché la miseria è comune e non fa sconti.

lunedì 22 maggio 2017

nomi che contano

enigma

Sgranavano come fili di perle
le note incise nella tua schiena
ed emerse dalla notte nella stanza
per riavvolgere il tempo sulla pelle.

Le contavo una per una e poi
perdevo il conto se mi agitavo
nel tuo sguardo che più mi ricercava
e più (nella sua luce di miope)

mi rispecchiava a fondo.
Perduto nell’enigma del tuo sì.

martedì 16 maggio 2017

orfeo

Ci sono donne d’istinto e piene di salute che pigliano nel branco i più dotati e scelgono soltanto bei cavalli di razza per lunghi accoppiamenti al sole. Altre si sentono dentro l’inferno, allora t’inseguono persino nel ricordo: «La tua voce, la tua voce io non me la scordo, ancora me la sogno, la tua voce che mi chiama». Perché nella voce dicono hai come una nota di luce, la traccia di un passaggio, ed è la scia di Orfeo che è sceso giù a salvarle.

status

Ma che bello quando mi scrivono a metà mattina per dirmi: proprio bello quel racconto porco che mi hai mandato. Capita sempre meno di frequente, soprattutto con gli addetti ai lavori. E quando capita poi, mannaggia, sono felice. Mi rovina lo status di poeta malinconico e ficodindia che non so quando né dove mi sono cucito addosso.

lunedì 15 maggio 2017

la poesia al tempo dei social

Il tuo culo i suoi baffi.
Le citazioni rubate ai poeti.
Ogni singola foto scattata
e aspirata nel filtro.
Ogni nostra dichiarazione di guerra.
L’ironia dei perdenti.
La mancanza di tutto la mancanza
di affetto. Quell’amore del dire
ogni giorno ciò che non sai dire nei versi.
L’amore nascosto fra le piaghe
della voce che squilla
per farsi sentire più alta
nel coro dei viventi.
Io non la rifiuto l’accolgo
come fosse di un fratello.
Ma quanto la odio quella voce
in cui ristagna
il verso dell’agnello?

domenica 14 maggio 2017

la parola «screato»

Oggi la meraviglia mi viene da mia nonna che parlando di una pianta di gerani mi dice che solo un fiore ha cimato, ma il resto della pianta è gelata, è «scriata», anzi meglio in dialetto: «jè scriéte». Credevo fosse una espressione tutta nostra, nata dalla fatica della terra: scriato, o screato, chi è venuto meno alla propria creazione. Invece controllo e ne trovo traccia nel Vocabolario della Crusca fin dalla sua prima edizione nel 1612. Screato, aggettivo non derivato da alcun verbo attivo: non si può screare qualcosa, si può soltanto essere o non essere screati da natura o destino. Varie le sfumature del suo significato. Screato: venuto meno, venuto a stento, di poca carne, lì dove l’idea non si è ancora fatta corpo in una donna e resta tutta concentrata come un seme nella costola sterile di Adamo.

ciliegie

Ieri ho mangiato le prime ciliegie dell'anno. Tradizione vuole che il sogno che fai dopo averle mangiate si avveri. Quindi vai a dormire carico di aspettative per gli imminenti presagi. Bene. Vado a dormire e cosa sogno stanotte? Sogno Vasco Rossi che mi chiama per commissionarmi il testo per un canzone con cui tornerà a Sanremo. Ci incontriamo, mi dice: "Bravo. Splendida. Vedrai che vinciamo noi!". Poi mi dice che ha un altro appuntamento urgente e se ne va senza pagarmi. Manco un autografo mi ha fatto. Passo il resto del sogno provando a chiamarlo io, ma una voce metallica mi risponde: "Il suo cliente non è al momento raggiungibile." Ciliegie guaste o vitaccia infame?

sabato 13 maggio 2017

cosa conta di più

Ho ripescato un articolo assai bello, datato 1999, di Alessandro Baricco sul confronto fra i testi orginali di Raymond Carver e quelli editati da Gordon Lish. Ne risulta che Carver era un grande scrittore, ma quello che noi consideriamo il suo stile assoluto e seminale era in realtà il frutto del suo lavoro a quattro mani con Lish. Diversamente Carver sarebbe stato oggi solo un ottimo scrittore come tanti e forse noi oggi nemmeno sapremmo chi è, non avendo influenzato col suo stile praticamente nessuno. Ecco, mi chiedo, cosa conta di più, l'opera come traccia del suo autore o l'opera in sé, al di là del suo autore, come traccia della propria epoca? 

non arrossire

Ultimamente, per arrotondare quei due soldi che faccio, correggo testi scritti da altri. Certe volte sono piccole correzioni, altre sono storie scritte così male che mi metto e riscrivo tutto da capo, si fa prima. Mi sembra così di essere entrato in una assurda strategia al massacro, per cui io non riesco a pubblicare le mie stesse storie, ma c'è gente che pubblica le sue scritte da me e quando dicono loro che sono belle, arrossiscono compiaciuti dal proprio talento.

venerdì 12 maggio 2017

dubbio

Pare che il Giro d'Italia oggi pomeriggio sia passato dal nostro grato paesino che però non è stato nominato dalla Rai, cosa che sta facendo incazzare molti perché se una cosa non la nomini allora non esiste, e pare anche che non abbiano fatto manco una ripresa dall'alto dello stesso paese, peraltro bellissimo, dall'alto. A questo punto però mi sorge un dubbio atroce. Ma i quattro elicotteri che hanno sorvolato per tutto il pomeriggio casa mia, se non era per il giro, cosa stavano cercando?

mercoledì 10 maggio 2017

il libertino

Fra le altre cose, ieri mi è capitata questa. Ero a Bari, seduto sul pullman di città diretto in centro, quando un signore attempato, col baffetto grigio alla Tonino Guerra che qui tanto ci piace, mi si è seduto davanti. Sedendosi si è appoggiato al mio ginocchio con la mano e mi ha tastato la coscia. Ho pensato che avesse un po' di difficoltà a muoversi e non ci ho fatto caso. Poi però si è seduto e ha infilato con lentezza la gambetta magra fra le mie e ha cominciato pian piano a strusciarla contro la mia. Mi faceva piedino. E mentre lo faceva gli vibrava il baffo compiaciuto. Io all'inizio ero incredulo, poi gli ho fissato il baffo grigio, l'occhio annacquato che si rallegrava e mi è venuto da ridere con lui, così l'ho lasciato fare per il breve tragitto che ci separava dalla stazione. Insomma ho fatto l'uomo di mondo col culo degli altri, come si dice in gergo. E per un attimo mi sono sentito pure figo, un vero poeta disinibito. Almeno finché non sono sceso dall'autobus e per caso mi sono guardato la patta dei pantaloni e mi sono accorto di avere la cerniera spalancata. Insomma, pensavo di piacere per me stesso, invece è finita che lanciavo segnali involontari da maniaco. Ed ecco la lezione del giorno: mai fare il libertino senza prima essersi accertati di avere le mutande pulite.

giovedì 4 maggio 2017

una cosa preoccupante di cui mi sto accorgendo

Se clicchi il titolo di un libro su Google la maggior parte dei siti che vengono fuori, perlomeno sulla prima pagina, sono soltanto piattaforme di vendita. Non un blog, non un sito che ne parli, che parli del libro, che lo citi, che lo recensisca o lo confuti. Dei libri più famosi capita alla seconda di trovar qualcosa, perlopiù siti istituzionali dei soliti noti che si scambiano favori. Dei meno famosi non capita nulla, mai. Ed è una cosa brutta. Perché sembra quasi che i libri siano lì solo per vendere (e non vendono). Però i libri sono soprattutto veicolo di pensiero. Se nessuno ne parla, se persino il più sfigato dei blogger non si prende la briga di scrivere due righe su di un libro che ha letto per dire la “sua”, come invece fa sul calcio, sul sessomatto o sulla politika, quel libro un poco ha fallito. E non lo dico per presunzione di autore, lo dico perché dieci anni fa, quando avevo solo il blog e non Facebook, c'erano molte più recensioni di libri in giro. E questo qualcosa significa.

martedì 2 maggio 2017

al salone, al salone

Per la seconda e forse ultima volta saremo al prossimo Salone. Saremo piccolini e in disparte ma saremo, come vermi nella mela. Il programma, ho visto, è pieno di poesia, compresi incontri su Bob Dylan, compreso Paolo Nori, e Francesco Piccolo che legge i poeti contemporanei, e Milo de Angelis e Rondoni e Franco Arminio. Quindi consiglio di andare a cercarla la poesia, perché se la cerchi la trovi, bisogna insistere e prima o poi qualcuno te la dà. In mezzo alla poesia ci saremo anche noi di Pietre Vive Editore, ma in incognito, con quell'atteggiamento di chi dice: ma mi si nota di più se me ne sto nell'angolo in disparte o se vado a vedere la Ciabatti, con grazia pop di chi non se la tira con la storia che la poesia è superiore? Ma superiore a chi, a che cosa? E dove? Ecco, se vedete uno scemo con la barba che ride in mezzo a una massa di scemi che discettano di quanto sono fighi i poeti contemporanei estinti, quello sono io. Oppure è Guido Catalano, uno dei due.

miagolio

Vista dall'esterno, la creatività è oggetto di fascino o di invidia; vista dall'interno, è un esercizio continuo di incertezza e una terribile scuola di insicurezza. In entrambi i casi, un miagolio o qualche altro suono incoerente è la risposta più adeguata ogniqualvolta si invochi la nozione di creatività.

[Iosif Brodskij, Profilo di Clio, Adelphi 2003]

lunedì 1 maggio 2017

storia del mio nuovo lavoro

Eravamo in cinque. Io, due gatti e un ragno appeso al filo
all’ombra dell’iris violazzurro al centro del giardino. C’era il sole.
È tempo di rimettersi al lavoro – disse il gatto mite ma deciso
allungando la sua zampa di padrone verso il dito che ingrassava
pigramente nella scia del ragno arrampicato verso il fiore.
Il primo rotolava scoprendosi la pancia con languore. L’altro
si faceva avanti a capo chino, timido gattino ma geloso
e già pronto alla battaglia per rubargli le attenzioni. Non solo:
attendevano il mio grazie per quella inaspettata occasione di lavoro
tranquillo e ben pagato. Mi attendeva infatti sul tappeto
un sorcio sanguinante e già sventrato – Lo metto da parte
per stasera. Il ragno ripiegava nell’azzurro le sue angosce di fratello.
Io cominciavo così il mio lavoro novello il primo maggio del 2017.
Il lavoro più inutile e dolce della storia e non per questo
meno necessario ai nostri affetti: essere grattino ai nostri gatti.

domenica 30 aprile 2017

la favola vera

La sera s’avvicina
e l’ombre de le cose se ne vanno.
Nonna e nipote stanno
accanto a la finestra de cucina.
La vecchia regge la matassa rossa
ar pupo che ingomitola la lana:
er filo passa e er gnómmero s’ingrossa.
— Nonna, dimme una favola... — Ciò sonno...
— Quella dell’Orco che scappò sur tetto...
È vero o no che l’ha ammazzato nonno?
È vero o no che venne a casa tua
una matina mentre stavi a letto?
Che te fece? la bua?
E perché se chiamava l’Orco nero?
era cattivo, è vero?
— Era giovene e bello!
— dice piano la vecchia e aggriccia l’occhi
come pe’ rivedello —
Ciò ancora ne l’orecchia li tre scrocchi
che fece nonno ne l’aprì er cortello... —
La nonna pensa e regge la matassa
ar pupetto che ignómmera la lana;
se vede un’ombra: è un’anima che passa...
che spezza er filo rosso e s’allontana...

(Trilussa)

giovedì 27 aprile 2017

a mario

Oggi il mio pensiero affettuoso va ai parenti e agli amici di Mario Santagostini, poeta che non conosco in prima persona ma di cui so a memoria l'indirizzo perché è giurato in circa una quarantina di concorsi vari a cui regolarmente iscrivo i nostri autori, di cui quindi gli arrivano più copie dello stesso libro durante l'anno. Mi immagino i parenti, poverini, e gli amici che a Natale o ai compleanni ricevono le copie che lui sicuramente ricicla, né possono riciclarle a loro volta, perché sono talmente tante che di certo tutti ne avranno già una a minacciarli dagli scaffali.

l'editoria non è lavoro

Ultimamente mi chiedo: Ma lanciarsi ogni giorno come un fesso nelle mille battaglie dell'editoria italiana sapendo che la guerra è già persa in partenza, mi rende più eroico, o dà solo l'idea che non ho un cazzo di più serio da fare mentre aspetto di estinguermi? Mio fratello, pragmatico, risponde: Il lavoro porta soldi. Se non fai soldi allora non è lavoro. L'editoria non è lavoro. Persino Mondadori è in crisi. Quindi anche la Mafia è lavoro? lo provoco. Non ho detto questo, però la Mafia crea più lavoro dell'editoria, è un fatto. Come estinguersi col malesangue.

mercoledì 26 aprile 2017

due zingari

Me la sento in testa da ieri, quando ho visto un cane morto lungo l'autostrada e un altro che credo fosse il suo compagno che gli girava intorno toccandolo col muso e spronandolo a rialzarsi.

appunti sulla poesia d'amore

Detto in parole semplici: una poesia d’amore è l’anima di qualcuno messa in movimento. […] 
È l’alterità, quindi, a produrre l’opportunità metafisica. Una lirica d’amore può essere bella o brutta ma offre al suo autore un’estensione di sé, ovvero – se la poesia è eccezionalmente bella o se l’innamoramento duraturo – l’autonegazione. […] Di regola le poesie d’amore sono scritte in fretta e non sono sottoposte a vistose revisioni. Ma quando si raggiunge una dimensione metafisica, o almeno quando si raggiunge l’autonegazione, allora realmente si riesce a distinguere la danzatrice dalla danza: una lirica d’amore dall’amore e, quindi, da una poesia che parla d’amore, o che dall’amore prende forma. 
Ora, una poesia che parla d’amore non insiste sulla realtà dell’autore e raramente impiega la parola «io». Parla di quello che il poeta non è, di quello che percepisce come differente da sé. Se la poesia è uno specchio, quello specchio è piccolo, e posto a una distanza troppo grande. Riconoscervisi richiede, oltre all’umiltà, una lente la cui risoluzione non distingua tra l’osservare e l’essere ipnotizzati. Una poesia che parla d’amore può avere come suo soggetto praticamente tutto: l’aspetto della fanciulla, i nastri nei suoi capelli, il panorama dietro casa sua, nuvole di passaggio, cieli stellati, qualche oggetto inanimato. Potrebbe non avere niente a che fare con la fanciulla: potrebbe descrivere un incontro tra due o più personaggi mitologici, un mazzetto di fiori appassiti, la neve sulla banchina di una stazione ferroviaria. I lettori, comunque, sanno di leggere una poesia plasmata dall’amore grazie all’intensità dell’attenzione dedicata a questo o a quel dettaglio dell’universo. Perché l’amore è un atteggiamento nei confronti della realtà – in genere di un essere finito nei confronti di qualcosa d’infinito. Da qui, l’intensità determinata dalla consapevolezza della natura provvisoria del proprio possesso. Da qui, il bisogno di esprimere quell’intensità. Da qui, la ricerca di una voce meno provvisoria della propria. Così entra in scena la Musa, la donna più antica, meticolosa in materia di possesso. 
La famosa esclamazione di Pasternak, «grande dio dell’amore, gran dio dei dettagli!» è toccante esattamente a motivo della totale insignificanza della somma di quei dettagli. 

[Iosif Brodskij, Profilo di Clio, Adelphi 2003]

martedì 25 aprile 2017

ritorno

È il 25 aprile: giorno in cui si celebra la liberazione dal nazifascismo. La marea della retorica sale. La Resistenza al nazifascismo, valore indistruttibile quanto il rispetto della Democrazia Cristiana ad Aldo Moro, viene invocata e trasposta come resistenza alle trattative per salvare la vita di Moro. Il guaio è che quella Resistenza è un valore indistruttibile anche per le Brigate rosse: credono di esserne i figli, di continuarla o di ripeterla. Nessuno ha spiegato loro che non si trattava di una rivoluzione lasciata a mezzo e con la riserva di riaccenderla a più conveniente momento, ma di un ritorno invece: di un ritorno all’Italia prefascista – e col paradosso della continuità giuridica con l’Italia fascista – in cui, in qualche modo, a tentoni, ad improvvisazione, si sarebbe tenuto conto delle idee, dei fatti, delle cose nuove e migliori che intanto correvano nel mondo. 

[Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Adelphi 1983]

lunedì 24 aprile 2017

il giardiniere e la legge (prima versione)

Il viburno mi mostra compiaciuto
il mio compagno, ormai autoesiliato
fra i fiori che lo assolvono dal mondo
perché, come il viburno, galleggiano
sul Male e Dio li ha privati dei denti.

«Lo senti l’odore delle iris
che sanno di libri marcescenti?
E come incombe il tulipano che si
scioglie in lacrime di miele
accanto alle camelie? Piange!»

Lo abbiamo da poco intervistato
nel suo angolo privato che soffre
delle lacrime che piange. «Ma per chi
piange, giardiniere?» Il Male lo attanaglia
di tutti gli avvocati della Terra.

Quelli che ritengono imperante
sradicare le rose dal giardino
perché offuscano la vista di un vicino
ricordandogli che il tempo non perdona
nemmeno chi, come lui, è già morto.

La causa è prossima al Giudizio
se di un cespuglio si decreta l’estinzione
e la fine per fuoco con rimborso
di ogni offesa del pudore
per così sfacciata vitalità di un Fiore.

E tu che leggi invano questo scempio
cittadino, nemmeno puoi chiamarlo una
poesia, ma cronaca di Legge che fa inverno
quando offende per capriccio il tempio
soffice di rose del suo giardiniere.

a chi lotta


domenica 23 aprile 2017

il bugiardo

Sono talmente bravo che ho passato la mattina a raccontarmi storie del tipo “lavorerò un po’ nel pomeriggio” e per quasi due ore sono persino riuscito a farmi fesso.

sabato 22 aprile 2017

sputare sangue

Spilucco senza tregua l'autobiografia di J.M. Coetzee, Scene di vita di provincia. Per impegni presi dovrei leggere altro, ma non riesco a staccarmene. E mi prudono le mani e mi vien voglia di marinare gli impegni. Ma come caspita si fa a leggere libri così e poi ostinarsi a voler scrivere? Che poi risponde all’imperativo di certi corsi di scrittura: “quando scrivete, non leggete altri autori ché vi influenzano!” Ma io più leggo e più mi viene voglia di scrivere, di rubare, di vedere se riesco a fare meglio. Secondo me, se scrivete, non solo dovete leggere, ma dovete leggere quelli più bravi di voi, quelli più forti, quelli che vi fanno male all’orgoglio. La scrittura è come il pugilato alla fine, lo diceva anche Hemingway, se sei bravo più botte prendi e più ti viene voglia di rialzarti per sputare altro sangue.

incipit

Stamattina, in dormiveglia, ho scritto l'incipit del prossimo romanzo che non scriverò: 
Non sono passati nemmeno tre mesi dal giorno in cui ha compiuto 40 anni che dà sfogo ai propri istinti e annuncia con un breve post sulla sua bacheca di avere una malattia mortale per cui proverà a curarsi ma non si fa troppe speranze. E quindi di voler morire come i gatti, solo e nascosto in qualche buco della terra. Poi, senza nemmeno leggere i messaggi di sconcerto dolore o conforto dei suoi amici, chiude la porta di casa e sparisce dalla circolazione con un bagaglio leggero, il più in fretta possibile.
[Poi il tipo del romanzo vola a Oslo, ma noi non sappiamo perché proprio a Oslo]

giovedì 20 aprile 2017

ciao italia

Bogdan mi dice che dovrei scrivere un libro chiamato Ciao Italia che potrebbe diventare il mio grande successo, visto che ho la vena giusta per scrivere queste cose. Gli chiedo di che dovrebbe parlare il libro. Si dice Ciao a una bella che lasci, no? Credimi amico mio, io vivo in questo Paese da anni e ti dico, che tempo dieci vent’anni questo paese è morto, finito per sempre amico mio. Fidati, è meglio se scrivi tu il necrologio invece che scrivono altri.

taglio e cucito

Faccio l'editing al racconto di un amico. Si raccomanda di essere feroce perché lui non sa controllarsi e spesso annacqua delle belle idee in un profluvio di parole inutili. Lui me lo chiede e io, che sono un gran figlio di sartina, taglio circa un terzo del racconto senza farmi problemi. Me lo riguardo soddisfatto prima di rispedirlo al mittente, e penso di capire come doveva sentirsi Gordon Lish quando Carver si prendeva i meriti e lui magari pensava, da quel gran figlio che era, che a disegnare il modello son tutti bravi, ma è nel taglio e cucito che si nasconde l'arte di vestire.

mercoledì 19 aprile 2017

buon gusto

Tanto vale che lo dica: il modo di sviluppare il buon gusto in letteratura è leggere poesia. Se pensate che stia parlando per partigianeria professionale, che stia cercando di portare avanti gli interessi della mia corporazione, vi sbagliate: non sono un sindacalista. Il fatto è che, rappresentando la forma suprema di locuzione umana, la poesia non è solo il modo più conciso, più denso di trasmettere l’esperienza umana: essa offre anche gli standard più elevati per ogni operazione linguistica – specie su carta. 
 Più si legge poesia, meno si tollera ogni sorta di verbosità, nei discorsi politici o filosofici come nella storia, nella sociologia, o nell’arte della prosa. Il bello stile in prosa è sempre ostaggio della precisione, rapidità e intensità laconica del dettato poetico. Figlia dell’epitaffio e dell’epigramma, concepiti, sembra, come scorciatoie per ogni soggetto immaginabile, la poesia rappresenta la grande disciplina della prosa. Le insegna non solo il valore di ogni parola ma anche gli schemi mentali mercuriali della specie, le alternative alla composizione lineare, il trucco di omettere l’ovvio, l’insistenza sul dettaglio, la tecnica dell’anticlimax. Soprattutto, la poesia sviluppa nella prosa quell’appetito per la metafisica che distingue un’opera d’arte dalle semplici belles lettres. […] 
Vi prego, non fraintendetemi: non sto cercando di screditare la prosa. L’essenza della questione sta nel fatto che la poesia è semplicemente più antica della prosa e quindi ha coperto una distanza maggiore. La letteratura ha avuto inizio con la poesia, con il canto di un nomade che precede gli scarabocchi di uno stanziale. 

[Iosif Brodskij, Profilo di Clio, Adelphi 2003, pag. 81, 82]

dove comincia l'odio?

La settimana scorsa, alla presentazione di Storia e Trascendenza, l'ultimo libro che abbiamo pubblicato con Angelo Panarese, un signore presente, molto preparato, ha fatto un commento assai preciso sulle colpe della religione cattolica nello svilimento dell'identità sessuale femminile fino al vero e proprio annientamento ai suoi peggiori estremi. Tutte cose adesso superate (ma davvero? e dove?), che ritroviamo e ci inorridiscono in alcuni fondamentalismi islamici. Eppure, leggevo ieri una biografia di Montanelli in cui parlava del suo matrimonio con la ragazzina eritrea che tanto scandalo gli è costato, e nelle sue memorie lui diceva di aver avuto parecchie difficoltà ad avere rapporti sessuali con lei perché la ragazza era infibulata. E l'infibulazione è pratica ancestrale che nulla c'entra con la religione cattolica, viene molto prima. Per cui adesso mi chiedo: dove comincia tutto quest'odio, e perché? A che punto della nostra storia di umani si comincia a considerare la donna una tale fonte di male da meritarsi una simile vendetta? E quando finisce il male, se non basta eliminare una qualsiasi religione per chiudere la storia (perché l'odio comincia molto prima, dove nessuno più si ricorda)?

lunedì 17 aprile 2017

toponomastica

Visto che oggi sto poco bene è venuto a trovarmi un amico. Mentre cercava la casa si è reso conto che nella zona in cui vivo i nomi delle strade sono tutti di fascisti: io sto in via Araldo Di Crollalanza che si interseca con via Evola e più giù con via Italo Balbo, e alle mie spalle c’è via Almirante. Per dire. Per farlo ridere gli racconto che una volta qui era via Della Resistenza poi c’è stata una rivoluzione della toponomastica ed evidentemente nemmeno la Resistenza ce l’ha fatta di fronte al potere della politica di rievocare il meglio della nostra Storia. Lui non capisce l’ironia e mi dice che sbaglio, che invece di ridere bisogna andare in comune e a lamentarsi, fare casino sui giornali. Perché quei nomi, quei brutti nomi, non mi riguardano e non c’entrano nulla con la “nostra” storia. Ma secondo me un nome è un nome se parliamo di Storia con la S maiuscola che si porta dietro, nel tempo, uguale colore di sangue. Se vogliamo rifar tutto da capo, per bene, allora io comincerei da molto prima e cancellerei tutte le piazze Vittorio Emanuele o dei Savoia, i corso Cavour o XX settembre e le vie Giuseppe Garibaldi, nomi che per quanto mi riguardano sono altrettanto lesivi della nostra storia di quelli legati al fascismo oppure al colonialismo. Nomi di gente orribile che ragionava in chiave di conquista, Italo Balbo così come Cavour. Vogliamo dare un senso alle strade? Allora mettiamo da parte condottieri e politici, regnanti e soldati, di cui non importa nulla a nessuno, e recuperiamo i nomi di chi le ha camminate insieme a noi, e diamo alle strade il nome di un armiere o di una sartina, di un barbiere o di uno stagnino, di un cantiniere, di un parroco, di un fabbro, di un qualsiasi arrangiato che ha consumato la sua vita in piazza scroccando un pasto o una bevuta con un sorriso gentile. È quella la nostra storia, se vogliamo parlare della “nostra” storia, ed è una storia minore ma è viva, una storia di cui andare orgogliosi perché l’abbiamo toccata con mano, l’abbiamo costruita insieme.

la casa dei miei sogni


Villa Malaparte a Capri. La casa dei miei sogni. Come caspita si fa a non essere creativi quando dici che stai tornando a casa ma praticamente entri nel Nautilus?

le chien jaune

Adotto un cane. È un cane piccolo, un cagnetto, è grigio e buono e lo prendo con me per la sua apparente mitezza che riscalderà i miei giorni. Invece il cagnetto, senza un attimo di tregua, si infila in un guaio dietro l’altro e addirittura risolve un giallo riempiendomi la vita di avventure e forse troppe emozioni per me solo che lo accompagno. Lo guardo sconsolato. Ma come? Facevi una vita da nababbo, passeggiate senza meta e un piatto pronto alla mia tavola ogni giorno? Ma come hai fatto a cacciarci in questo guaio? Il cagnetto però abbaia senza vergogna, mi scodinzola ed è come se ridesse di me, delle mie ansie, forse per dire che una vita sola non ci basta a contenere la nostra gioia di vivere. Guardo il cagnetto, lo chiamo e per la gioia si fa giallo anche lui.

domenica 16 aprile 2017

investire nel proprio pubblico

[…] Lavorando nel marketing e nella pubblicità, so per esperienza che il pubblico (o per essere più precisi il target) non va solo cercato ma anche creato. Che un’azienda che si proponga degli obiettivi commerciali di medio e lungo periodo (non solo di breve e di brevissimo) debba investire anche in formazione (e in certi casi pure in alfabetizzazione vera e propria) del suo pubblico. Questa formazione ha un costo: e non sempre questo costo è sostenibile e non sempre viene recuperato, almeno nell’immediato. 
Le domande da porsi sono dunque, secondo me: 
Quali settori (parlo di cultura e intrattenimento) hanno investito, negli ultimi dieci quindici anni, nella formazione/crescita del proprio pubblico? 
Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di continuare (o cominciare) a investire nella formazione/crescita del proprio pubblico?
Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per la congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di lavorare nell’ottica di piani di sviluppo a cinque, dieci, quindici anni, e non solo a dodici mesi (arco temporale di un piano di marketing standard)? 

[Valentina Durante in risposta al post di Giulio Mozzi in risposta al post di Gilda Policastro che cita Gabriele Frasca in risposta al responso critico del libro di Teresa Ciabatti e senza contare talune stroncature moraliste all'ultimo di Walter Siti]

sabato 15 aprile 2017

meraviglia del mattino

Fra tutti i dischi di Bob Dylan New Morning è quello che più di tutti parla della fine di qualcosa, di cosa ti succede quando senti che qualcosa si chiude per sempre alle tue spalle e tu ti guardi intorno incerto, pieno di ansie e con alcune speranze, chiedendoti in quale direzione devi andare adesso e se sarai in grado di arrivarci. In questo senso, nella loro dichiarata fragilità, nella loro elusività, nella loro pensierosa leggerezza, nel loro spalancarsi in un ambiente emotivo più grande delle canzoni stesse che disegneranno una volta ultimate, e che Dylan voleva fossero appunto il più discrete possibili, le outtakes del disco, i suoi bozzetti alla ricerca di uno stile che fosse minimale e anonimo, cioè di tutti, sono una meraviglia senza fine.

 

fratello, dove sei diretto?

fra pazzi

Io lo so che molti di voi sognano di fare lo scrittore, ma vi assicuro che nella maggior parte dei casi non è una bella cosa, anzi. La maggior parte degli scrittori sono noiosi, egocentrici e/o permalosi, cacacazzo senza freni inibitori, scrocconi e a qualcuno gli puzza pure il fiato per problemi col fegato. Non si nasce scrittori. Si nasce più o meno disturbati e poi si passa alla fase successiva, cioè mettere le proprie ossessioni su carta. Peggio dello scrittore, allora, c'è solo l'editore. Perché l'editore, per sopportare uno scrittore, o è completamente disturbato – solo un disturbato può trovare affascinanti le ossessioni di un altro essere umano al punto da lavorarci attorno per cercare di diffonderle il più possibile agli altri – oppure è stronzo e lo anima qualcosa a metà fra il cinismo e la noia. Può dunque capitare che lo scrittore si lamenti: Il mio editore non mi capisce. Vorrei ben vedere, fra pazzi.

opzioni

C'è chi si sposa. Chi sposa la poesia. Chi prende un gatto.
Tutte e tre insieme sono troppe da gestire e infatti poi l'equilibrio scoppia. Però due alla volta è interessante e infatti, talvolta, qualcuno sceglie l'adulterio scartando una delle tre opzioni...

mercoledì 12 aprile 2017

pietre vive su telebari

come nasce una poesia

C'è tanta gente che mi vuol bene ma i miei libri non se li compra lo stesso. L'ultima scusa possibile l'ho sentita oggi, quando alla mia provocazione una ragazza ha risposto: "Mi piaci perché sei bello!" ma con un tono allusivo del tipo: "Cosa me ne faccio delle tue parole quando mi posso fare te?" Io allora ho spalancato le braccia e: "Sono pronto, fai pure!" Ma lei, ridendo: "Magari la prossima volta" poi entra nell'alimentari a fianco. C'è qualcosa che non mi torna in tutto questo, ma il poeta che c'è in me su una storia del genere ci scriverebbe una roba esistenziale e fumosa che comincia così: "Non c'è mai fine al dolore e allo sconcerto..." Lo appunto sul quaderno poi torno sulla porta del mio studio, al sole, in attesa che passi il secondo verso. Ecco come nasce una poesia.

verso

Non dimentichiamo che «verso» dal latina versus, significa o implica «svolta», «cambiamento». Di direzione, di una cosa in un’altra: a sinistra, a destra, a U; da tesi ad antitesi, metamorfosi, giustapposizione, paradosso, metafora, se volete – specialmente quando la metafora è felice; e infine rima, quando due cose hanno lo stesso suono ma i loro significati divergono. 

[Iosif Brodskij, Dolore e ragione, Adelphi 2013, pag. 234]

consolazione

Come ricordava Marco Bertoli sul suo blog, 60 anni fa veniva inciso questo pezzo (non scritto, visto che Monk lo aveva scritto già 15 anni prima) che coincide con la fase più luminosa della sua carriera discografica, quella in cui tutti si accorgono di lui. Pensavo che sarebbe stato bello fare un post virale per i 50 anni dell'incisione ma poi mi sono reso conto che 10 anni fa mancava Facebook e non era la stessa cosa. Strano come una cosa che c'è ti accorgi che è come se ci fosse stata da sempre, come se non possa più non esserci stata. Lo scriveva Sergio Garufi ed è la consolazione degli ultimi, di chi non ha nulla di particolarmente originale da dire, ma per il solo fatto di averlo detto ha comunque, per quanto lieve, un peso.
 

martedì 11 aprile 2017

una immodesta proposta

Ma perché non devolvono parte dei beni confiscati alla mafia alla microeditoria? In questo modo si potrebbero dare a tanti i mezzi per pubblicare ogni anno una serie di libri spledidi che non hanno a proteggerli la rete del mercato, e che sarebbero frutto di un reale investimento pubblico. Gli stessi libri, stampati potrebbero essere diffusi gratuitamente in biblioteche, scuole, carceri, centri sociali, sui treni, sui tram, sugli autobus, nelle stazioni di servizio ecc. immessi in un circuito virtuoso in cui quel denaro viene riutilizzato per diffondere cultura e dignità. Mi pare assurda e sinceramente umiliante la storia della prostituta ucraina finita sui giornali perché legge Dostoevskij (come se le prostitute non leggessero) quando poi la maggior parte dei suoi clienti non arriva nemmeno a Topolino.

scrittori maledetti

Quando ti chiama un autore alterato per dirti con la voce impastata che lui non ti lascerà mai, mai, per nessun motivo, MAI, hai capito MAI! perché sei l'unico editore che lo prende sul serio, poi ti chiede 75 euro. Chiamatemi pure Ferlinghetti.

lunedì 10 aprile 2017

rima

Quando mio padre vuole riassumere la mia vita e il destino che mi spetta con un esempio, tira fuori una frase dal suo repertorio di proverbi dialettali e dice: «U bbùne u cazze u trùne» (Il buono lo schiaccia il tuono). Significa che le persone buone hanno contro ogni cosa, persino la Natura, ed è quella che in genere chiamiamo iella. Come ogni iella è ineluttabile, ma detta in rima è più bella e pertanto accettabile. Questo ho imparato da mio padre.

il poeta

Uno pensa che di poeti io ne veda tanti ed è anche vero. Stamattina però mi è capitato il poeta più poeta di tutti, quello insospettabile che chiama per farsi pubblicare un libro. È giovane, fa l’università. Ha scritto queste poesie di getto, negli ultimi mesi. Le trova belle. Mi dice che ha saputo (da chi?) che io pubblico i libri gratis (giuro dice “gratis”, con pura terminologia da supermercato) e quindi mi vuole dare il suo libro per farselo pubblicare. Gli rispondo che prima andrebbe letto e valutato e lui (giuro) mi fa: ma scusa se li pubblichi “gratis” che ti importa di com’è fatto? Il ragazzo mi ha evidentemente scambiato per uno pieno di soldi, un mecenate. Gli spiego che invece il testo va letto, valutato, che bisogna lavorarci sopra se è il caso. Serve tempo per farlo diventare un vero libro. Ci resta male. Sperava di farlo uscire per l’estate, così organizzava due o tre presentazioni dove dice lui e lo vende. Poi, per farmi capire di che pasta è fatto, mi fa leggere un paio di poesie dal cellulare. Sono brutte. Gli dico che probabilmente non vanno bene per la nostra linea editoriale. Lui mi chiede qual è la nostra linea editoriale. Io gli suggerisco di andare a vedere sul nostro sito, che lui non conosce. Gli chiedo come ha fatto a sceglierci se non sa nemmeno come sono fatti i nostri libri. Mi ripete che è perché gli hanno detto che pubblichiamo “gratis”. Tutto il resto non pare interessarlo. Gli dico che forse prima di proporci la raccolta dovrebbe dare una occhiata a quello che facciamo. Mi risponde che lui in genere non compra i libri di poesia perché lo annoiano. Preferisce i thriller.

domenica 9 aprile 2017

traduzione da william carlos williams

UNA POVERA VECCHIA

rimugina una prugna su
la strada ne ha
un cartoccio nella mano

Le piacciono proprio
Le piacciono
proprio. Le piac-
ciono proprio

Lo vedi da
come si dà
alla metà
succhiata nella mano

Confortata
un sollievo di prugne mature
sembra riempire l’aria
Le piacciono proprio

i sogni non mollano la presa...

I sogni non mollano la presa.
Continuano a incalzare.
C'è un mondo, mi dicono, là fuori
più vero del reale.

venerdì 7 aprile 2017

constatazione (il post di merda)

Oggi ho scritto una marea di post poetici. Il tutto mentre, per un problema di tubature, la casa mi si allagava e gli stronzi letteralmente galleggiavano dal bagno alla cucina. Constato dunque la verità del luogo comune che c’è equilibrio fra poesia e vita di merda. Per cui più è alta la poesia che si fa, più è di merda la vita che si ha.

nido

Ieri ho fatto un viaggio in treno in orario uscita da scuola (non mi capitava da secoli) e devo dire che un treno pieno di adolescenti inscatolati, accaldati e in piena esplosione ormonale è una esperienza al limite. A salvarmi dalla nausea è stato lo shampoo alla frutta di una donna romena seduta vicino a me. Quando l'odore dei ragazzi si faceva insopportabile io mi giravo vero la matassa scura dei capelli e quasi ci infilavo dentro il naso per riprendermi nel fresco di quel nido.

cartolina #2

Illustrazione Vittorino Curci

è nei momenti di massimo sconforto...

È nei momenti di massimo sconforto
vedi come questo ritorna il tuo sorriso
a farsi vivo se tu scomparsa in una nebbia e
perciò abbagliante adesso che ti giri
la luce ti attraversa mentre chiedi E tu
cosa ci fai qui adesso? Io resto
di sasso ammutolito e nero dal sole.

mercoledì 5 aprile 2017

se ti pagano per scrivere...

Mi chiamano al telefono, mi chiedono se voglio partecipare come autore alla realizzazione di uno spettacolo e io sono così abituato a scrivere per la gloria che parlo per mezz'ora del suddetto spettacolo senza mai accennare a un possibile compenso. Chiudo la chiamata e giusto così, per scrupolo o curiosità, mando un messaggio per chiedere: sentite, ma c'è un compenso? Ma certo, mi rispondono come se fosse ovvio, il lavoro è lavoro e va retribuito. Io quasi non ci credo, mi svolta la serata. Vedo il mondo a fiorellini. Altro che l'arte per l’arte, è una puttanata. Se ti pagano per scrivere è più bello.

vecchie fototessere coi capelli (ma senza gli occhiali)


orto

Per Amanda che mi chiedeva un finale per questa storia

Scrive lettere piene di urgenza, da mesi, alla moglie che lo ha allontanato a causa del suo egoismo di scrittore. 
Le racconta, in pagine intense ma dettagliate, la strana storia dei suoi giorni senza di lei, ponendole domande a cui, lei che amava i gialli, avrebbe voluto rispondere. Eppure, chiusa nel suo mutismo, ella stessa si è mutata in mistero. E non può che trattenere sulla carta le domande, il più a lungo possibile, nella speranza che un giorno si trasformino nei richiami necessari a interessarla. Le racconta. 
Da che è morto, occupa la casa del fratello, si occupa dei gatti, annaffia l’orto. Quando può parla con le piante ordinate in lunghe file, i pomidori, le melanzane e i sedani, proprio come faceva lui e non si sente per nulla più stupido, anche se lo prendeva in giro. 
Si è dato un regime assai rigido, quasi monacale, per non soccombere alla sua disperazione. Si sveglia prima dell’alba per scendere verso l’orto, ancora assonnato e umido. Poi siede alla scrivania fin quando i gatti non vengono a reclamare la loro ciotola piena. Allora si ricorda di mangiare e approfitta della loro compagnia per sentirsi in famiglia. Scrive finché c’è luce, e passa le ultime ore del giorno aggirandosi per la casa vuota che si spegne nel tramonto. Ogni volta la sente meno sua. Non la capisce a fondo. Gli ricorda suo fratello. 
Eppure vuole risolverne il mistero. Perché ogni stanza è occupata da così tanti divani, da cinque a sette per camera? Sono nuovi, ancora incellofanati. A chi sono stati riservati? Quali ospiti stiamo ancora aspettando? 
Poi, una mattina di queste, mentre tutto il mondo trattiene la voce in una luce arancione, sente qualcuno avvicinarsi alle sue spalle lungo i filari di verdure gonfie. E ha l’istinto di non voltarsi a guardare chi c’è perché capisce di riconoscere quel passo e vuole portarselo dietro il più a lungo possibile.

martedì 4 aprile 2017

progetto

Quando ho avviato il progetto Pietre Vive Editore l'ho fatto in parte per liberarmi, come poeta, dai tanti vincoli editoriali che ti vengono dal pubblicare con altri, diventare padrone di me stesso insomma (anche se a volte confesso ci si stanca anche di sé). 
E poi con il sogno di pubblicare il primo libro di tre autori diversissimi ma per i quali nutro stima incondizionata, Mimmo Pastore, Sergio Pasquandrea e Sergio Garufi. Coi primi due, fra alti e bassi, ci sono anche riuscito. Col terzo, ora nel catalogo di Ponte Alle Grazie, spero ancora di pubblicare il suo libro più bello, quello che nessun editore sensato riterrebbe potenzialmente commerciale.

lunedì 3 aprile 2017

hard boiled

Mi contatta uno, vuole pubblicare il suo primo libro che è un libro giallo con tanta violenza e un po' di sesso duro che fa sempre bene per vendere. Gli dico che se ha visto prima il nostro sito noi pubblichiamo poesia, dovrebbe provare altrove. Mi risponde che la poesia è una roba per sfigati, non vende nulla, anzi la poesia ha un piede nella fossa. Gli rispondo che l'unica fossa qui è la sua ed è biologica. Mi dice che da quello che leggeva pensava io fossi più furbo, che avrei fiutato l'affare di pubblicarlo, ma alla fine è colpa sua che si è fidato del suo istinto. Ogni tanto anche l'istinto sbaglia, soprattutto dopo aver passato una notte fuori a bere. La prossima volta, insomma, prima di proporre una pubblicazione guarderà il sito dell'editore, ok? Un vero duro al cazzo.

sabato 1 aprile 2017

venerdì 31 marzo 2017

omertoso

Nel 1914 in una rissa scoppiata fra bande rivali al soldo di ricche famiglie del paese, un uomo ammazza un altro con un colpo d’ascia che gli recide il collo, poi scappa inseguito attraverso i vicoletti di Locorotondo e sulla porta di casa viene raggiunto e accoltellato da un terzo uomo che viene arrestato e finisce i suoi giorni in galera. È uno dei più efferati fatti di sangue del tempo, sancito all’epoca da una croce scavata nella chianca di fronte alla casa del secondo omicidio, in via Aprile.
Io, personalmente, su una storia del genere ci avrei investito, creando un percorso turistico (visto che si parla tanto di turismo) o perlomeno un cortometraggio. Invece, pochi anni fa, qualcuno a cui magari la croce metteva ansia ha pensato bene di cementarla nel silenzio generale. Posso anche capire che nessuno si sia accorto della cosa allora, ma quello che non capisco è perché nessuno sia intervenuto ad oggi a recuperarla. Ci sono passato davanti stamattina e la sua traccia emerge dal pavimento stradale chiedendo di essere liberata. Questo è un paese omertoso, mi diceva ieri Antonio Basile, ma è omertoso soprattutto perché si rifiuta di capire da dove viene sperando così di potersene andare dove gli pare. Cioè in nessuna direzione.

mercoledì 29 marzo 2017

quartina

Scrivo una quartina per far quadrare il conto delle ore
delle macchie sulla pelle. Le tue macchie
di giaguara che non sa e prende senza sconti.
Le mie ore rubate alla notte dall’inutile presenza della morte.

lunedì 27 marzo 2017

leggerezza

Antonioni e Guerra alla Torre di Bascio. Foto scattata per L'aquilone, favola scritta a quattro mani come soggetto per un film che non si fece mai. Spesso le storie più belle sono quelle che rimangono sognate e si reggono su equilibri perfetti proprio perché leggerissimi, come ragnatele nella luce. 

giovedì 23 marzo 2017

mccartney

Su McCartney ci si fanno tante di quelle pippe mentali nel confronto coi Beatles, con Lennon, con tutti gli altri reduci dei ’60 e dei ’70, che ci si dimenticata la pura semplice evidenza: se parliamo di musica Pop – quella seria, con la maiuscola, non le cazzatine commerciali usa e getta – Paul McCartney è il più grande di tutti, come capacità interpretativa, versatilità, ricchezza melodica, immediatezza, e dal vivo è ancora strepitoso. La sua musica nasconde una vena malinconica che nelle sue prove migliori diventa struggente. E Here Today è la più bella canzone mai scritta per la perdita di un amico. Più in alto di lui, forse, c’è solo Stevie Wonder. Il resto sono chiacchiere.

lunedì 20 marzo 2017

eros


Nell’inverno di pochi anni fa mi ritrovavo mio malgrado chiuso in casa. Avevo scoperto di aver preso una malattia venerea per cui mi ero dovuto operare, ero pieno di cicatrici dovute al laser, e in seguito a quella non avrei più potuto toccare una donna per i successivi sei mesi di osservazione. Pochi giorni prima, in sala operatoria, mentre guardavo il medico che puntava il laser verso il mio bigolo offeso che spuntava intimidito dal lenzuolo azzurro, pensavo fosse arrivata proprio la fine. Invece nulla era finito, e una lunga nevicata mi isolava coi miei malumori. Non che mi andasse di vedere nessuno, in ogni caso. In tutto questo, per unire il danno alla beffa, ero stato contattato da una casa editrice che mi chiedeva di scrivere un racconto erotico per una loro antologia di prossima uscita. Chiuso in casa e depresso, scrissi nel giro di pochi giorni una storia di circa 100.000 battute, qualcosa che poi ho interpretato come una sorta di sfogo. Era la biografia immaginaria di un attore porno preso da attacchi di megalomania registica che ne decretano la fine professionale. Era troppo lungo per una antologia, così lo misi da parte in attesa di tempi migliori che non sono mai arrivati. Poi, esattamente nel giorno del mio compleanno, poco prima che la neve si sciogliesse del tutto, misi da parte quella storia che mi era sfuggita di mano e in meno di un’ora scrissi un racconto breve di circa tre cartelle sugli ultimi giorni malinconici di un vecchio porco che si perde nell’ombra di una giovane ragazza sognando di raggiungere con lei il suo ultimo rapporto erotico. Era talmente perfetto, talmente in linea con le mie sfere celesti che come l’ho scritto così l’ho consegnato e poi è stato pubblicato. È una storia che qualcuno ha definito “delicata” e qualcun altro “triste”. Eppure è una sorta di presentimento della fine che ci aspetta tutti, quando il corpo non riesce più a sintonizzarsi coi propri desideri. Tanto è vero che, per una sorta di coincidenza di cui vado molto fiero e di cui parla Tonino Guerra nei suoi diari, l’identica visione la ebbe Michelangelo Antonioni per il suo ultimo film, Eros, senza mai poterla realizzare.

[Il libro che contiene il racconto del vecchio porco, pubblicato da Caratteri Mobili, è possibile ancora acquistarlo su Bookrepublic, ed è ovviamente quello conclusivo]

sabato 18 marzo 2017

miracoli

Era proprio quando Fra Guidone aveva la testa sotto il cappuccio che succedevano i miracoli. Per esempio un contadino che aveva un reumatismo al braccio destro e non poteva più lavorare gli era andato il reumatismo nel braccio sinistro. Una donna che aveva una gamba più corta dell'altra gli erano diventate corte tutte e due e dopo camminava benissimo. Un bambino che balbettava e faceva ridere tutti era diventato muto e non faceva più ridere nessuno. 

Guerra/Malerba, Storie dell'anno mille, Bompiani

venerdì 17 marzo 2017

una strofa che mi è venuta così, mentre stavo al sole...

Ci ho messo quarant’anni per capire
che l’appartenenza è una forma di progresso
io che rigiravo le parole per non dire
che puro sono nato alla mia terra
nella lingua nell’odore nel mio stesso
incostante essere al sole così come al rovescio.

domenica 12 marzo 2017

chiacchiere e vuoto

Per alcuni la poesia migliora la vita e lo credo anch’io, ma solo perché tutte le chiacchiere – e la poesia è una chiacchiera curiosamente impacciata – riempiono il vuoto. Ma per altri il vuoto è meglio e perciò concludo invitandovi a tenere un orecchio aperto e uno chiuso. 

Tiziano Rossi, Spigoli del sonno, Mursia 2012, pag. 96

giovedì 9 marzo 2017

il mah!

Il gergo dei ventenni non mi piace
almeno quanto il mio non piace
a loro. Più di tutto odio dei ventenni
il Mah! che adesso
ha preso tana nelle bocche deploranti.
E ti scoppia nella testa starnazzando
nei suoi mille dichiarati sottotesti:
«ma come parli, ma quanto ridi
ma non ti vedi per come sei ridicolo?».
Fra una ventenne e tua madre
in quel momento non c’è nessuna
differenza. Sta lì riassunta
in un verso un po’ da stronzi
che quanto più li libera tanto più
li invecchia nella pratica del dirti
com’è essere imperfetti. È un Mah!
di malumore, di rigetto, restrittivo
nel suo finto atteggiamento paraculo.
Una supposta presa in giro
che usano per moda, fin a sfinimento
dei coglioni. Un Mah! aggressivo
ma giovane e perplesso che risuona
sulle mandrie dei ventenni fragili
del mondo a cui rispondo con un Beh!
Tanto fra bestie ci si intende.

le leggi razziali

La magnolia che sta giusto nel mezzo
del giardino di casa nostra a Ferrara è proprio lei
la stessa che ritorna in pressoché tutti
i miei libri
La piantammo nel ’39
pochi mesi dopo la promulgazione
delle leggi raziali con cerimonia
che riuscì a metà solenne e a metà comica
tutti quanti abbastanza allegri se Dio
vuole
in barba al noioso ebraismo
metastorico
Costretta fra quattro impervie pareti
piuttosto prossime crebbe
nera luminosa invadente
puntando decisa verso l’imminente
cielo
piena giorno e notte di bigi
passeri di bruni merli
guatati senza riposo giù da pregne
gatte nonché da mia
madre
anche essa spiante indefessa da dietro
il davanzale traboccante ognora
delle sue briciole
Dritta dalla base al vertice come una spada
ormai fuoresce oltre i tetti circostanti ormai può guardare
la città da ogni parte e l’infinito
spazio verde che la circonda
ma adesso incerta lo so lo
vedo
d’un tratto espansa lassù sulla vetta d’un tratto debole
nel sole
come chi all’improvviso non sa raggiunto
che abbia il termine d’un viaggio lunghissimo
la strada da prendere che cosa
fare

Giorgio Bassani

un sogno a occhi aperti

Stavo pensando che, se passa la Flat Tax, se per ipotesi uno arriva qui sui barconi e sbarcando dice alla Guardia Costiera: ho 100.000 euro che tenevo nascosti sotto il materasso, non solo gli danno la cittadinanza ma Salvini gli bacia pure il culo. Sarebbe bello da vedere.

constatazione

Negli ultimi mesi, per il progetto che abbiamo vinto, ho fatto corsi invitando diversi docenti da Milano a Foggia passando per Roma, e posso dire che, pur nelle differenze di accenti, tutti indistintamente hanno provato a fregarmi in qualche modo, ma sempre col sorriso sulle labbra. La cosa diventa quasi surreale se si pensa che guardavano in faccia la realtà assai modesta che siamo e le applicavano modi e discorsi tipici delle grandi società con cui sono abituati a trattare, quasi non riuscissero a rapportarsi a noi e alle nostre possibilità finanziarie, e alla fine sembrava quasi che fossimo noi i morti di fame. Così mi sono immaginato, in proporzione, l’enorme spreco di denaro che si fa ai piani alti, dove al contrario mio nessuno deve stare attento al centesimo. L’unità d’Italia, mi viene da dire, non solo è perfettamente riuscita, ma è riuscita nel segno dell’astuzia, del gatto cieco e della volpe zoppa. Ma non c'è nulla da ridere.

martedì 7 marzo 2017

il leone dalla barba bianca

Da una favola di Tonino Guerra, un cartone malinconico e pieno di echi felliniani, con illustrazioni splendide, realizzato da Sergei Barkhin e Andrei Hrzhanovsky. Mezz'ora di poesia animata. 

Лев с седой бородой - Il Leone dalla barba bianca from finomeno on Vimeo.

lunedì 6 marzo 2017

volume

Ma come si fa quando chiedi a un altro editore maggiori informazioni su di un libro che ti interessa ma di cui, dalla scheda, non è chiaro il contenuto, e quello ti risponde: «È un volume». Qui qualcuno ha sbagliato mestiere.

domenica 5 marzo 2017

una favola antica

«Beati voi, disse il prete al contadino, che mangiate fave bianche. Io sono invece condannato a un pollastro al giorno». Ce la raccontava sempre a tavola mio nonno. Poi scoppiava a ridere, complice del prete.

perdersi

Stamattina ho finito di leggere L’equilibrio, primo romanzo compiuto di Tonino Guerra (anno 1967) e mi è venuto in mente come anche per lui vale la regola che uno scrittore riscrive per sempre la stessa storia. Nel suo caso riassumibile così: C’è un uomo che sta fuggendo da qualcosa, e mentre fugge si perde. E mentre tu che leggi lo insegui cercando di capire da cosa sta fuggendo e dove sta andando, ti perdi anche tu con lui, perché quell’uomo sei tu.

venerdì 3 marzo 2017

sul potere della parola

Ieri sera, all’incontro con Erri De Luca, credo di avere assistito a una forma di liturgia laica. Sarà stato il posto o tutti quei discorsi sull’ebraico antico e Giuseppe e Maria a condizionarmi, ma c’è stato un momento in cui le cose hanno cominciato a combaciare, e cioè quello in cui lui diceva come il legante del rapporto fra la divinità e il profeta e poi fra il profeta e il popolo era la voce, il canto, e quello in cui il popolo raccolto nella chiesetta utilizzata per la sua presentazione pendeva incantato dalle sue labbra. Ne ho avuto una prova quando c’è stato un intervento, fatto in buona fede ma inopportuno, che lo ha interrotto e il pubblico intervenuto ha cominciato a lamentarsi: Vogliamo sentire Erri, ridateci Erri. Una signora seduta vicino a me ha cominciato a scalciare sulla sedia: Ma che vuole questo, ma come si permette di interrompere Erri. (Erri, come se fosse il tuo vicino di casa, come se rientrasse nella tua sfera di amicizie per il fatto che lo leggi). È stato qualcosa di straordinario per me, perché ho toccato con mano quello che può essere il vero potere della parola, che è un potere forte, poco prima che diventi potere e basta. Erri De Luca è stato un galantuomo, ma se al posto suo ci fosse stato un altro con uguale potere che avesse cominciato a dileggiare o prendersela con chi lo aveva interrotto molta gente, sono sicuro, lo avrebbe seguito nell’opera di insulto, trasformando la parola in violenza. È una cosa che mi ha lasciato irrequieto fino a stamattina, tanto che ne scrivo. Mi sono anche chiesto se lui, quando ha cominciato a lavorare con le parole, ambisse a ottenere quel potere, e mi sono risposto che, come ammetteva lui stesso, non sei mai tu che scegli di avere tale potere ma è il potere che ti stana e per quanto tu possa fuggirne non puoi farne a meno, diventi suo strumento tuo malgrado.

giovedì 2 marzo 2017

lettera da una sera di marzo

Non crederci poeta. Io pure
ho dato tutto all’amore
e l’amore in cambio che ha dato?
Se non questo mio cuore esagerato
di «baldracca» e l’anima in pena
di «vacca sempre pronta
alla monta». Lacrime di coccodrillo – mi dirai –
che più mi piango addosso e più
mi prende voglia ancora e ancora
di riprenderti nel mio buco-peccato
nel mio letto a peso d’oro
ma piombato dal mestiere. Eccoti
qui di nuovo in salute e fiero nel mio fiato
come quando fiato a fiato mi dicevi
di non essere toccato dall’amore.
Io che ti ho lasciato in lacrime e pronto
a darmi fuoco alla macchina.
Svapora in una sera
umida di marzo il tuo ricordo. «Baci dalla città»
da una puttana come altre.

martedì 28 febbraio 2017

il meglio

Oggi ho scoperto che una mia amica presto diventerà mamma. Stamattina è venuta a trovarmi col suo compagno e abbiamo parlato di musica, di sacro e profano, di matti e persino di poesia sufi. E visto che lei è cattolica e lui musulmano la bambina in arrivo, credo, si prende il meglio di ogni cosa: la bellezza, la tollerenza, la pietà, la curiosità e l'apertura, insomma il meglio della cultura del Mediterraneo, che gente ignobile e spesso al potere cerca quotidianamente di negare, ma che va avanti lo stesso nonostante loro.

lunedì 27 febbraio 2017

urgenza / gli ospiti

Scrive lettere piene di urgenza alla moglie che lo ha allontanato a causa del suo egoismo di scrittore. Da che è morto, occupa la casa del fratello, si occupa dei gatti, annaffia l’orto. Quando può parla con le piante ordinate in lunghe file, i pomidori, le melanzane e i sedani, proprio come faceva lui e non si sente per nulla più stupido, anche se lo prendeva in giro. Si è dato un regime assai rigido, quasi monacale, per non soccombere alla sua disperazione. Si sveglia prima dell’alba per scendere verso l’orto, ancora assonnato e umido. Poi siede alla scrivania fin quando i gatti non vengono a reclamare la loro ciotola piena. Allora si ricorda di mangiare e approfitta della loro compagnia per sentirsi in famiglia. Scrive ancora finché c’è luce, e passa le ultime ore del giorno aggirandosi per la casa vuota che si spegne nel tramonto. Ogni volta la sente meno sua. Non la capisce a fondo. Gli ricorda suo fratello. Eppure vuole risolvere il mistero della casa. Perché ogni stanza è occupata da così tanti divani, da cinque a sette per camera? A chi sono stati riservati? Quali ospiti stanno ancora aspettando?

domenica 26 febbraio 2017

l'ultimo ciack

Ieri ho scoperto che l'ultimo libro pubblicato in vita da Tonino Guerra (escludendo le due brutte antologie realizzate da Bompiani) è un diario di viaggio in Russia, una sorta di controsceneggiatura colma di appunti con lo stesso titolo di Tempo di viaggio, documentario realizzato insieme a Andrej Tarkovskij nel 1983, quando i due esplorarono l'Italia alla ricerca di scenari adatti a girarvi Nostalghia. Fino all’altro giorno credevo fosse Arrivano le donne, omaggio alle donne delle sua vita attraverso una serie di brevi affettuosi ritratti. Invece scopro adesso questa esigenza di pubblicare per ultimo un diario di viaggio in risposta al viaggio di trent’anni fa di due amici, due stranieri alla ricerca di una lingua comune, alla ricerca di un paesaggio ideale per ambientarvi la storia della morte di un poeta, e la trovo una scelta assai più malinconica ma giusta. Come se quel viaggio non fosse finito, e il regista russo lo aspettasse per dare il ciack all’ultima scena mai realizzata.


sabato 25 febbraio 2017

una cosa orribile

Oggi ho fatto una cosa orribile. Mi sono distratto un attimo e ho comprato tre libri. Così, senza nemmeno pensare alle conseguenze. Adesso il portafogli piange di là in maniera quasi straziante, e io non so più come consolarlo. Ho provato anche ad avvicinarmi per chiedergli scusa, ma lui mi ha girato le spalle offeso e ormai è sul piede di guerra. Sono veramente una brutta persona. Mi sento in colpa. Credo che questa nostra storia non avrà futuro.

l'esistenza dei tg

Ogni volta che guardo il Tg mi si rivolta lo stomaco a tal punto che mi chiedo perché continuo a infliggermi questa tortura ogni giorno, puntalmente, per giunta all'ora di pranzo. Mezz'ora concentrata di stupidità e brutalità umana senza possibili giustificazioni. Siamo dei pazzi sadici per fare tutto questo male e poi riguardarcelo. Non vedo altro motivo all'esistenza dei Tg.

il sentimento selvaggio

La precocità e la concentrazione, l’ambizione all’infinito e una spossante volontà di fuga, l’amore virile e il capriccio infantile, la disillusione civile che si trasforma in rivolta privata. La ragione spietata e il sentimento selvaggio. Ci sono volte che se leggo Leopardi mi sembra di toccare il corpo vivo di Rimbaud e se leggo Rimbaud mi sembra di capire un poco meglio Leopardi, come lo stesso Leopardi forse non s’era capito.

giovedì 23 febbraio 2017

tema

Oggi a scuola ho dato questa traccia ai ragazzi. Ve la giro nel caso voleste provarci anche voi.
Immagina sia il compleanno di una tua amica carissima. E lei ti porta una fetta di torta perché tu la mangi con lei. Tu però la assaggi e ti accorgi che il suo sapore ti dà la nausea. Solo che sai che lei ci tiene tanto, per cui non vuoi dirle che ti fa schifo, non la puoi buttare via e allo stesso tempo non riesci a mangiarla. 
Scrivi un dialogo in cui, mentre lei ti invoglia a mangiare, cerchi di prendere tempo con una serie di battute che la tengano impegnata mentre pensi a come tirarti fuori dal problema, rapidamente ma senza offenderla. Mentre lo fai, come commento a questo dialogo, fai una serie di battute rivolte al pubblico (voce fuoricampo) in cui ti sfoghi e riveli i tuoi veri sentimenti. È ammesso anche il turpiloquio, ma senza esagerare.